La comodità, ancor più del desiderio, è il motore più potente che alimenta l’economia oggi. Ma è davvero un vantaggio che va perseguito sempre e prima di tutto? O, senza che ce ne rendiamo conto, ci sta – e, lo so, sembra un paradosso – rendendo la vita più difficile? The New York Times non ha dubbi e già dal titolo del pezzo che si occupa del tema, si schiera: “La tirannia della convenienza”. Un argomentare geniale, quello dell’autore, Tim Wu. Un pezzo quasi filosofico, per l’ampiezza delle riflessioni che abbracciano tutto il nostro modo di vivere.
Comodità e monopoli: un circolo vizioso
La comodità ha la capacità di rendere impensabili altre opzioni, scrive Wu. Una volta che hai usato una lavatrice, lavare i vestiti a mano sembra irrazionale, anche se potrebbe essere più economico. Resistere alla comodità – non possedere un cellulare, non usare Google – richiede una particolare dedizione che spesso viene vista come eccentricità, se non fanatismo.
Gli americani affermano di apprezzare la competizione – continua l’articolo – la proliferazione di scelte e il sostegno ai piccoli imprenditori. Tuttavia, il nostro gusto per la comodità genera sempre più comodità, attraverso una combinazione di economie di scala e potere dell’abitudine. La semplicità d’uso di grandi piattaforme come Amazon alimenta il loro potere. Più sono facili da usare, più crescono, rendendo difficile competere o anche solo immaginare alternative. È così che comodità e monopolio diventano due facce della stessa medaglia.
Il sogno utopico che non si è realizzato
Per quanto banale possa sembrare oggi, la comodità, grande liberatrice dell’umanità dal lavoro, era un ideale utopico, in sintesi. Risparmiando tempo ed eliminando le fatiche, avrebbe creato la possibilità di avere tempo libero. E, con esso, sarebbe nata l’opportunità di dedicarsi all’apprendimento, agli hobby o a qualunque altra cosa davvero importante per noi.
È andata così? “Anche con tutti i nuovi elettrodomestici che fanno risparmiare lavoro,” Betty Friedan scrisse, “la casalinga americana moderna probabilmente trascorre più tempo a fare lavori domestici di quanto non facesse sua nonna.” Nel suo classico del 1963, The Feminine Mystique, analizzò cosa avessero fatto le tecnologie domestiche per le donne e concluse che avevano semplicemente creato più richieste. Quando le cose diventano più facili, tendiamo a riempire il nostro tempo con altri compiti “facili”. Inoltre, le tecnologie al servizio dell’individuo, sono in realtà, uniformanti. Ne usciamo tutti più uguali, anche quando sui social raccontiamo le nostre esperienze personali.
L’umanità è pronta per dire addio alla scrittura a mano?
Una conseguenza indesiderata di vivere in un mondo in cui tutto è “facile” è che l’unica abilità che conta diventa la capacità di multitasking. Prendiamo la scrittura: ci spostiamo sul Guardian. Scompare la scrittura a mano, ci avverte in un lunghissimo articolo. Ma con quali conseguenze?
Una donna in Texas è stata risarcita con 450mila dollari dopo che suo marito ha preso un farmaco sbagliato che ne ha causato la morte. La causa dell’errore? La proverbiale terribile scrittura che, chissà perché, caratterizza tutti i medici del pianeta, e che ha tratto in inganno il farmacista decretando il fatale errore.
Ma basta un dramma come questo a decretare che la scrittura a mano sia da infilare nel solaio della storia e da abbandonare lì, completamente sostituita dal nostro battere sulla tastiera o dal touch del telefonino?
I vantaggi cognitivi della scrittura a mano rispetto a quella su tastiera, l’attivazione di aree neurali che con la tastiera rimangono dormienti, l’efficacia per la memorizzazione, sono tutti temi già noti. C’è un altro aspetto che merita attenzione.
Prendiamo Bob Dylan, proprio lui, premio Nobel per la letteratura. Scopriamo, leggendo il Guardian, che il grande poeta-cantante è stato costretto a scusarsi per aver utilizzato una firma elettronica per autografare il suo libro The Philosophy of Modern Song, uscito in edizione ridotta, alla modica cifra di 600 dollari. Il prezzo si giustificava per il valore attribuito alla calligrafia del cantante. Immaginate lo sdegno dei fan che avevano speso quella cifra. Lui si è giustificato sulla sua pagina Facebook e si è impegnato a rettificare l’errore compiuto (è stato mal consigliato dai manager, in sostanza).
Se ne deduce che la scrittura a mano assume sempre di più un valore emotivo e originale, proprio per l’unicità di ogni esemplare scritto con una penna, per la consapevolezza dello sforzo, del tempo impiegato, dell’individualità coinvolta nel processo. “Anche la macchina più sofisticata non susciterà mai la stessa sensazione,” sentenzia il Guardian.
Ciò che non è semplice verrà abbandonato: quale sarà la perdita? Ma scrivere a mano richiede molto più tempo ed è meno comodo, per chi scrive e per chi legge, a volte. Anche perché le giovani generazioni, soprattutto nel mondo anglosassone – ma non solo – a volte nemmeno conoscono il corsivo.
La difficoltà è una caratteristica dell’essere umani
Tornando al mirabile pezzo sul New York Times, la conclusione è filosofica: il culto contemporaneo della comodità non riconosce che la difficoltà è una caratteristica costitutiva dell’esperienza umana – così come lo è stato per secoli lo scrivere a mano. La comodità è tutta destinazione e niente viaggio. Disporre di troppa comodità è una specie di trappola che, invece di diminuire le incombenze, può finire per renderci, paradossalmente, l’esistenza più complicata. Lo spiega molto bene lo psichiatra Alex Curmi, presentatore di un podcast intitolato “The Thinking Mind”, il quale spiega come la ricerca di scorciatoie per fare qualcosa, per toglierci incombenze e semplificarci la vita, sia comune, ma rappresenti una trappola.
Come? Ascoltatelo e ve lo rivelerà. Se lo facessi io, qui, amplificherei il problema perché vi faciliterei l’accesso a un’informazione. Troppo comodo, no?
Foto Credits: Pixabey








