Questa settimana partiamo dalla Grecia con lo sciopero contro le 13 ore di lavoro, dalla Nigeria dove lo stop al karité mette in crisi le donne e dall’India con i giudici che impongono ricette leggibili.
Sciopero generale contro le 13 ore di lavoro: la Grecia si ferma
La Grecia si è paralizzata mercoledì per effetto di uno sciopero generale contro la riforma del lavoro che introduce la possibilità di estendere la giornata lavorativa fino a 13 ore. Trasporti pubblici fermi, scuole chiuse, ospedali ridotti ai soli servizi di emergenza: la protesta ha coinvolto migliaia di lavoratori, scesi in piazza ad Atene e Salonicco per contestare una legge definita “disumana” dai sindacati.
Il provvedimento, voluto dal governo del premier Kyriakos Mitsotakis, dovrebbe essere approvato entro il mese. La norma consentirebbe di prolungare l’orario di lavoro quotidiano di cinque ore rispetto agli attuali limiti, con la giustificazione ufficiale di “aumentare la flessibilità del mercato” e di permettere soprattutto ai giovani di concentrare più ore per un solo datore di lavoro, evitando di dover ricorrere a due impieghi.
Un’argomentazione che non convince lavoratori e sindacati. “I greci sopravvivono già con alcuni degli stipendi più bassi d’Europa, e ora ci chiedono di lavorare quasi tutta la giornata. A un certo punto ci sarà un’esplosione sociale”, ha avvertito Makis Kontogiorgos, sindacalista di un’azienda tecnologica, parlando da piazza Syntagma al The Guardian.
Il malcontento è alimentato dal divario tra salari e costo della vita. Riporta The Guardian, dopo la lunga crisi del debito che ha ridotto l’economia di oltre il 25% e portato a dure misure di austerità, la Grecia è tornata a crescere, ma i redditi restano tra i più bassi dell’UE: il salario minimo, aumentato a 880 euro mensili, è ancora distante dalla media europea. Intanto, prezzi e spese quotidiane sono esplosi, costringendo molte famiglie a ricorrere a sussidi per affrontare riscaldamento e bollette.
Le sigle sindacali denunciano il rischio di un peggioramento delle condizioni di lavoro, con più incidenti e burnout. Pame, il sindacato vicino al Partito Comunista, ha definito la misura “schiavitù moderna”. Anche esperti del lavoro mettono in guardia: orari più lunghi non significano maggiore produttività, ma un calo della qualità dei servizi e un aumento del malessere sociale.
Non è la prima volta che il governo di centrodestra si scontra con le proteste sul lavoro. Già lo scorso anno aveva introdotto, tra forti critiche, la possibilità della settimana di sei giorni per alcuni settori come turismo e servizi continuativi. Anche allora i sindacati avevano bollato la riforma come “barbarica”.
“Il resto d’Europa discute di riduzione dell’orario settimanale, qui si parla di allungarlo con stipendi che non coprono il costo della vita”, ha commentato Katerina Andritsopoulou, 55 anni, impiegata in una fabbrica privata, spiegando perché ha scelto di unirsi alle proteste. “Non siamo in piazza per fare richieste esagerate: siamo qui per difendere chi non avrà la forza di negoziare con i datori di lavoro quando queste leggi entreranno in vigore.”
Per Mitsotakis la battaglia sul lavoro si inserisce in una più ampia strategia di ridimensionamento del potere sindacale e dei contratti collettivi. Una linea che, però, sta accendendo le piazze e rischia di trasformarsi in una delle sfide sociali più dure del suo governo.
Nigeria, il divieto di esportare il karité colpisce le donne
Nelle campagne di Bida, nel cuore della Nigeria, il suono sordo dei bastoni che rompono i gusci del karité accompagna il lavoro di migliaia di donne. Da quei frutti cade spontaneamente dagli alberi nasce una filiera globale che porta il burro di karité nei cosmetici e nei dolci di mezzo mondo. Ma oggi quel lavoro, che rappresenta quasi il 40% della produzione mondiale, non basta più a garantire la sopravvivenza delle famiglie.
A fine agosto il governo ha imposto un divieto di sei mesi sull’export delle noci grezze. L’obiettivo: incentivare la trasformazione interna e trattenere nel Paese una fetta maggiore dei profitti di un mercato che vale 6,5 miliardi di dollari. La mossa però ha avuto un effetto imprevisto: la capacità locale di lavorazione è insufficiente, la domanda di noci è crollata e con essa i prezzi.
Hajaratu Isah, 40 anni e sei figli, racconta alla BBC che il guadagno giornaliero è sceso sotto la metà: “Non possiamo più pagare cure e scuole. Siamo alla fame”. Stessa sorte per i facchini che caricano i sacchi, mentre intere comunità vedono azzerarsi l’unica fonte di reddito.
Per il governo si tratta di una misura necessaria. “Per decenni le donne hanno vissuto nella povertà mentre intermediari e industrie straniere guadagnavano miliardi. Questo stop serve a cambiare le regole”, spiega Kingsley Uzoma, consigliere del presidente Bola Tinubu. L’associazione di categoria Naspan parla di “ripositioning strategico” e chiede sostegni per chi è rimasto con scorte invendute.
Intanto, in Niger State è stato inaugurato il più grande impianto africano dedicato al burro di karité, di proprietà di Salid Agriculture Nigeria Limited, con una capacità annua di 30.000 tonnellate. Ma al momento gli stabilimenti presenti non bastano ad assorbire il raccolto nazionale.
Situazioni simili si sono già viste in Burkina Faso, Mali, Costa d’Avorio e Togo, che hanno introdotto divieti simili. Anche il Ghana ha annunciato lo stop entro il 2026, accompagnato però da investimenti su nuove fabbriche.
L’obiettivo di Abuja è chiaro: entro il 2030 trattenere almeno un quinto del valore globale del settore. Ma nelle campagne di Bida, dove i prezzi crollano e le famiglie numerose non hanno alternative, la promessa di un futuro migliore appare ancora lontana. Per le donne del karité, oggi, conta solo sopravvivere.
India, il tribunale ordina ai medici di scrivere leggibile
Le ricette incomprensibili dei medici non fanno più sorridere. In India sono finite al centro di una sentenza dell’Alta Corte del Punjab e dell’Haryana, che ha stabilito: “Una prescrizione medica leggibile è un diritto fondamentale, può fare la differenza tra la vita e la morte”.
Il caso non riguardava la calligrafia ma accuse di stupro, truffa e falsificazione. Analizzando il referto medico-legale di una donna, il giudice Jasgurpreet Singh Puri si è trovato però davanti a pagine indecifrabili: “Non una parola o una lettera era leggibile”, ha scritto nel suo ordine.
La corte ha quindi imposto che nei prossimi due anni le prescrizioni diventino digitali e che nel frattempo i medici scrivano in stampatello. Ha anche invitato il governo a introdurre lezioni di scrittura nei corsi di medicina. “È inaccettabile che in un’epoca di computer e tecnologie i dottori continuino a riempire di scarabocchi ricette che solo qualche farmacista riesce a interpretare”, ha osservato il magistrato.
Il problema non è nuovo. Già altri tribunali, dall’Odisha ad Allahabad, avevano denunciato grafie “a zig-zag” o referti “indecifrabili”. Il Consiglio Medico Indiano nel 2016 aveva imposto l’uso di nomi generici scritti chiaramente, preferibilmente in maiuscolo. E nel 2020 il ministero della Salute aveva autorizzato sanzioni disciplinari per chi non rispettava la norma.
Eppure, dieci anni dopo, le farmacie continuano a ricevere ricette illeggibili. Chilukuri Paramathama, farmacista di Nalgonda, che nel 2014 aveva promosso un ricorso dopo la morte di una bambina per un’iniezione sbagliata, ha mostrato alla BBC prescrizioni recenti “impossibili da decifrare”.
Gli effetti di un errore possono essere gravi. In India una paziente ebbe convulsioni dopo aver assunto un farmaco per il diabete al posto di un analgesico. All’estero non mancano episodi analoghi: un rapporto dell’Institute of Medicine statunitense del 1999 stimava 7.000 morti l’anno legate a ricette illeggibili; più di recente, in Scozia, una donna riportò lesioni agli occhi dopo aver ricevuto per errore una crema contro la disfunzione erettile.
I medici riconoscono il problema. “È risaputo che molti hanno una cattiva calligrafia, ma il vero motivo è che sono sommersi di pazienti, soprattutto negli ospedali pubblici”, spiega Dilip Bhanushali, presidente dell’Indian Medical Association, che rappresenta oltre 330.000 iscritti. “Se vedi sette pazienti al giorno puoi scrivere in stampatello, ma se ne vedi 70 diventa impossibile.”
Nelle grandi città le prescrizioni digitali sono ormai diffuse, ma nelle aree rurali prevale ancora la penna. Per questo, spiegano i farmacisti, la chiarezza resta vitale: “A volte dobbiamo chiamare il medico per essere certi di dare il farmaco giusto – dice Ravindra Khandelwal, responsabile della catena Dhanwantary a Calcutta – perché una ricetta ambigua può trasformarsi in una tragedia”.
Foto Credits: BBC








