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01/09/2025
Soldi, potere e freddezza: se l’eccesso di denaro cambia l’empatia nelle élite globali

Soldi, potere e freddezza: se l’eccesso di denaro cambia l’empatia nelle élite globali

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E se il prezzo delle auto aumentasse anche per i cittadini statunitensi, a causa dei dazi? «Non me ne può fregar di meno». Questa risposta è arrivata per bocca di, indovinate un po’, Donald Trump . 
Intanto, dall’altra parte del mondo, c’è chi pedala piano, con il vento in faccia e un messaggio ben diverso da lanciare: è Alberto Campa, viaggiatore ed esploratore premiato per la sua autenticità. Lui non è famoso come il Presidente degli Stati Uniti, ma la sua voce sta trovando sempre più spazio grazie a interviste e racconti che lo stanno facendo conoscere al grande pubblicoci torniamo più avanti.

 

Trump, Musk e il “bug” dell’empatia tra i pesi massimi della ricchezza


Cominciamo dalle parole del presidente americano, intervistato da Kristen Welker della NBC. La sua risposta «Non me ne può fregar di meno» può scandalizzare. Eppure racconta un fenomeno più profondo:
I Democratici sostengono che queste parole dimostrino quanto Trump e i suoi amici siano scollegati dalla vita della maggior parte degli americani, e che questo è ciò che accade quando sono i miliardari a gestire l’economia. I Repubblicani ribattono sostenendo che nel lungo periodo tutti beneficeranno delle loro politiche, anche se ora c’è da soffrire – sintetizza il New York Times.
Diverse testate hanno portato alla luce il termine «bolla da miliardari», in cui Trump e i suoi amici vivrebbero. Il senatore indipendente Bernie Sanders, del Vermont, rilancia sovente un interrogativo ricorrente: «Quanto bisogna essere fuori dal mondo per non rendersene conto?»
Aggiungendo che «la parola che manca in tutto questo, sia da Elon Musk che dal presidente, è empatia». Elon Musk non lo nega, anzi si lancia all’attacco, definendo l’empatia un “bug”, cioè una falla delle società odierne. Un bug che porterà alla sostituzione etnica – dice lui. Qui le radici sudafricane giocano un ruolo preponderante sull’ossessione del personaggio.

 

Qualche cifra: Forbes ha stimato il patrimonio netto di Trump in 4,2 miliardi di dollari l’8 aprile. Il 17 aprile, Forbes valutava il patrimonio di Musk in 364 miliardi.

 

Affidiamoci agli psicologi che studiano l’effetto del denaro


Secondo uno studio dell’Università della California, con l’aumentare della ricchezza di una persona, più spesso che no, diminuiscono empatia e compassione verso gli altri. Il professor Paul Piff è un’autorità del campo e sentenzia che ci sono eccezioni, ma in genere il carattere cambia.
«Il potere e la maggiore influenza che il denaro conferisce nelle relazioni personali, ti creano uno spazio, una e distanza dagli altri, e insieme a questo, arriva una maggiore focalizzazione su se stessi . Non è difficile concludere che si finisca per perdere il contatto con la realtà di chi vive fuori dalla propria cerchia».
I suoi studi sono ripresi in tutto il mondo.
«I ricchi vivono in un “loro mondo”», secondo Susan Pinker, psicologa canadese che cura la rubrica Mind & Matter del Wall Street Journal. Secondo le sue ricerche: «Il motivo per cui i super-ricchi al governo non riescono a immaginare come certe politiche possano turbare la gente è che in realtà non vedono con chiarezza».
Steven Pinker, psicologo di Harvard e fratello di Susan, si dissocia. La sua interpretazione del fenomeno si rifà alla teoria dell’“in-group”, in quanto gli esseri umani, in maniera quasi ancestrale, tenderebbero ad escludere chi non fa parte del proprio gruppo. Quindi, secondo lui, la ricchezza in sé sarebbe assolta. La causa della mancanza di empatia risiede invece in questa sorta di “aggregazione naturale” con chi ti rassomiglia.
Peccato che anche il Guardian lo prenda di mira per la sua decisione di diventare commentatore in podcast dell’estrema destra, che legittimano addirittura il razzismo. Una spiegazione ideologica, dunque, la sua, stridente rispetto agli studi della sorella.

 

Occhio all’immaginazione: la lezione dal Brasile


In uno dei Paesi con i più alti indici di disparità economica al mondo, il Brasile, un saggio su una rivista accademica legata alla Fundação Carlos Chagas analizza la relazione tra ricchezza estrema, disuguaglianza sociale e processi cognitivi legati all’empatia.
Nel contesto brasiliano, la distanza tra élite e popolazione è talmente ampia che non si tratta solo di “mancanza di empatia” individuale, ma di un vero e proprio distacco strutturale – osservano i ricercatori. I più ricchi vivono in quartieri blindati, usano servizi privati e non hanno contatto con i problemi quotidiani della maggioranza. E questo, nonostante la cultura brasiliana celebri la solidarietà e la fratellanza. Fa capolino un elemento in più rispetto agli studiosi nordamericani: non è soltanto un problema economico, ma genera una crisi di immaginazione empatica, con conseguenze sulla democrazia e sulla coesione sociale.

 

Ma esistono antidoti? Si può cambiare rotta?


In sintesi: cambiando continente o latitudini, le neuroscienze sembrano convergere sul fatto che l’accumulo di patrimonio e l’isolamento sociale modificano la capacità di percepire e rispondere ai bisogni degli altri. Non sono opinioni di piccolo cabotaggio, sono ricerche. Evidenziano come le specifiche aree coinvolte nell’empatia, come la corteccia prefrontale e l’insula, si attivino in modo diverso al cambio delle condizioni economiche. Studi condotti in Asia, ad esempio in Giappone e Corea del Sud, convergono: in contesti di forte disuguaglianza economica, le funzioni di condivisione delle emozioni altrui languono.

 

E’ molto interessante, a proposito, l’articolo di Alberto Campa intitolato “La cultura de vida de oriente y por qué deberíamos fijarnos más en ella: ‘No nos quedamos con lo realmente importante’”, pubblicato il 6 agosto 2025 sulla testata spagnola Cadena SER.
Durante le sue pedalate in bicicletta in Asia occidentale, tra persone e monaci, ha osservato che in molte culture orientali esiste una pratica quotidiana di introspezione e di connessione con il presente. Fin da piccoli ci viene insegnato che dobbiamo lottare per avere cose, per accumulare, e alla fine ci rendiamo conto che molte di queste cose non sono necessarie. Trascorrere cinque o dieci minuti al giorno a pensare alla vita, nella sua forma più pura, è qualcosa che lì viene naturale. Qui, invece, sembra che la felicità dipenda da quanti soldi si hanno». Le persone vivono con meno ma vivono meglio e hanno pace interiore – conclude.
«In Europa e Nord America, abbiamo fatto così tanti progressi che sembra di precipitare dall’altro lato della montagna una volta raggiunta la cima. Moriamo di glamour», scrive ironicamente. Non a caso, lui, viaggiatore autentico, che ha girato tre volte il mondo con mezzi lenti, ha dichiarato che il posto più pericoloso dove viaggiare sono gli Stati Uniti: «Anche se è il posto definito della democrazia e della libertà, è il luogo dove è più probabile che ti succeda qualcosa di brutto. Viaggiare in Africa è molto più sicuro».

 

Sapere non basta: anche a noi “non può fregar di meno”


Questo punto di vista si allinea con le neuroscienze e, alla lettura di questi articoli, tutti sembrano trovarsi d’accordo. Il problema rimane: come mai, dunque, se queste critiche esistenziali generano consenso, nella leadership di organizzazioni e stati non ci attiviamo di conseguenza? Ci attende il naufragio?



Credits

Immagine: Pixabay

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