Questa settimana partiamo dalla Cina con il surplus commerciale record, in Africa un quarto dei Paesi resta più povero del 2019 e a Londra gli aeroporti fanno pagare il drop-off
Cina, surplus commerciale record da 1.190 miliardi di dollari nonostante i dazi Usa
La Cina ha registrato nel 2025 il più grande surplus commerciale mai rilevato a livello globale, nonostante l’impatto dei dazi e delle tensioni commerciali innescate dalla politica economica del presidente statunitense Donald Trump. Pechino ha annunciato un saldo positivo tra esportazioni e importazioni pari a 1.190 miliardi di dollari, superando il precedente record del 2024, che si era fermato a 993 miliardi.
È la prima volta che il surplus commerciale annuale cinese oltrepassa la soglia dei 1.000 miliardi di dollari. Un risultato che segnala come le misure protezionistiche statunitensi abbiano inciso solo marginalmente sul commercio complessivo del Paese. Nel corso dello scorso anno, infatti, il surplus mensile delle esportazioni ha superato i 100 miliardi di dollari in sette occasioni.
Se gli scambi con gli Stati Uniti hanno mostrato un rallentamento, il calo è stato compensato dall’aumento delle esportazioni verso altre aree del mondo, in particolare il Sud-est asiatico, l’Africa e l’America Latina. Riporta BBC che, secondo Wang Jun, vice direttore delle dogane cinesi, i dati sono “straordinari e ottenuti con grande fatica”, in un contesto segnato da profondi cambiamenti e crescenti sfide nel commercio globale.
Tra i settori più dinamici figurano le tecnologie verdi, i prodotti legati all’intelligenza artificiale e la robotica. A sostenere il surplus ha contribuito anche la debolezza della domanda interna, frenata dalla crisi del settore immobiliare e dall’aumento del debito, che hanno reso imprese e consumatori più prudenti. Le importazioni, infatti, sono cresciute appena dello 0,5%.
Un ruolo chiave è stato giocato anche da uno yuan più debole, dall’abbondanza di offerta e dall’inflazione nei Paesi occidentali, fattori che hanno reso i prodotti cinesi più competitivi. Tuttavia, secondo Deborah Elms della Hinrich Foundation, il risultato rappresenta una “benedizione a metà”: se da un lato genera occupazione e crescita, dall’altro espone Pechino a un maggiore scrutinio internazionale.
Diversi Paesi temono infatti l’afflusso di beni cinesi a basso costo difficili da contrastare. Intanto, le imprese globali si preparano a un nuovo periodo di incertezza, mentre restano in vigore dazi statunitensi che continuano a penalizzare le esportazioni cinesi verso gli USA, nonostante la tregua diplomatica raggiunta dopo l’incontro tra Trump e Xi Jinping nell’ottobre scorso.
Un quarto dei Paesi emergenti è più povero di prima della pandemia, avverte la Banca Mondiale
Un quarto dei Paesi in via di sviluppo è più povero rispetto al 2019, prima della pandemia da Covid-19, secondo l’ultimo rapporto della Banca Mondiale. La crescita globale ha “rallentato” negli ultimi anni e i Paesi a basso reddito, soprattutto in Africa subsahariana, hanno subito shock economici che hanno compromesso la ripresa post-pandemia.
Tra i Paesi più colpiti figurano Botswana, Namibia, Repubblica Centrafricana, Ciad e Mozambico. Anche Sudafrica e Nigeria, quest’ultima con una popolazione in rapido aumento, non sono riusciti ad aumentare il reddito medio, nonostante la crescita registrata lo scorso anno, rispettivamente dell’1,2% e del 4,4%. Molti di questi Paesi hanno dovuto affrontare guerre, carestie e crisi interne, rallentando ulteriormente il recupero.
La Banca Mondiale sottolinea che la crescita globale resta resiliente ma insufficiente a ridurre la povertà estrema o a creare posti di lavoro dove servono di più. Nei Paesi emergenti e in via di sviluppo, il Pil dovrebbe passare dal 4,2% del 2025 al 4% nel 2026, con progressi modesti sia nei mercati sviluppati sia in quelli emergenti. L’economia statunitense, invece, si è dimostrata più forte del previsto (+2,1% nel 2025 e +2,2% nel 2026), mentre l’area euro resta più debole, con una crescita stimata dell’1,2% nel 2026.
Secondo Indermit Gill, capo economista della Banca Mondiale su The Guardian, la situazione non dipende solo dalla sfortuna: “In troppi Paesi in via di sviluppo gli errori di politica economica hanno rallentato la crescita. È necessario rispettare regole fiscali rigorose e stimolare investimenti privati, commercio, istruzione e tecnologia per creare occupazione”.
La Banca Mondiale evidenzia inoltre il problema demografico globale: nei prossimi dieci anni 1,2 miliardi di giovani sotto i 16 anni entreranno nel mercato del lavoro, rendendo urgente creare economie capaci di generare posti di lavoro.
Per quanto riguarda la Cina, il rapporto prevede una crescita del 4,4% nel 2026 e del 4,2% nel 2027, ancora sotto i livelli storici degli ultimi 35 anni. Nonostante dazi più alti e una popolazione in invecchiamento, la Cina si è dimostrata più solida del previsto grazie a spesa pubblica e riallineamento delle esportazioni verso mercati diversi dagli Stati Uniti.
Il rapporto della Banca Mondiale conferma così che la ripresa globale resta asimmetrica, con Paesi emergenti e in via di sviluppo ancora fragili, mentre economie avanzate e grandi mercati come gli Usa mostrano maggiore resilienza.
Regno Unito, scatta la “tassa sugli abbracci”: quasi tutti gli aeroporti fanno pagare il drop-off
Nel Regno Unito la sosta rapida davanti ai terminal aeroportuali è ormai quasi ovunque a pagamento. Con la fine della politica di drop-off gratuito all’aeroporto di Newcastle lo scorso dicembre, quasi tutti gli scali britannici applicano una tariffa per il cosiddetto parcheggio “kiss and fly”, ribattezzato dai media la “tassa sugli abbracci”.
Dal 2026 anche il London City Airport introdurrà per la prima volta un costo per l’accesso all’area di sosta breve: 8 sterline per i primi cinque minuti, con un supplemento di 1 sterlina per ogni minuto aggiuntivo fino a un massimo di dieci. L’aeroporto, situato nei Royal Docks nell’est di Londra, ha spiegato che la misura serve a garantire un flusso ordinato dei veicoli. Sono esentati dal pagamento i titolari di Blue Badge e i tradizionali taxi neri londinesi.
Gatwick, secondo aeroporto più trafficato del Paese dopo Heathrow, è diventato il più caro per il drop-off: la tariffa per dieci minuti è salita da 7 a 10 sterline. La società di gestione ha motivato l’aumento con il forte incremento dei costi, inclusi i tributi locali, più che raddoppiati negli ultimi anni, precisando tuttavia che non sono previsti ulteriori rincari nel 2026.
Anche Heathrow ha rivisto le proprie tariffe, portando il costo da 6 a 7 sterline a partire dal primo gennaio e introducendo una regola più stringente sui tempi di sosta, limitati a dieci minuti, oltre i quali scatta il rischio di sanzioni. A Bristol, invece, il costo per dieci minuti è aumentato da 7 a 8,50 sterline, mentre le soste più lunghe risultano ancora più onerose.
Nel frattempo, il governo britannico sta lavorando a una riforma che consentirà ai comuni inglesi di introdurre con maggiore facilità divieti di parcheggio sui marciapiedi, nel tentativo di migliorare la sicurezza e la fluidità del traffico urbano.








