Un gol al Mondiale ha fatto registrare a Google il più alto numero di ricerche al secondo della sua storia; India e Giappone, la nuova alleanza asiatica per i chip;l’Indonesia porta al 50% la quota di biodiesel prodotto con olio di palma miscelato al diesel tradizionale.
Un gol dell’Argentina fa volare Google: record storico di ricerche durante il Mondiale
Un gol può cambiare una partita. Ma può anche battere un record tecnologico. È successo dopo la vittoria dell’Argentina contro l’Egitto negli ottavi del Mondiale 2026: subito dopo la rete decisiva della nazionale sudamericana, Google Search ha registrato il più alto livello di utilizzo della sua storia, secondo quanto comunicato da Nick Fox, vicepresidente senior della divisione Knowledge and Information di Google.
La partita, terminata 3-2 dopo una rimonta negli ultimi minuti firmata anche da Lionel Messi, ha generato un’ondata globale di curiosità: milioni di utenti si sono rivolti al motore di ricerca per conoscere il risultato, rivedere gli episodi chiave o cercare informazioni sui protagonisti del match.
Il dato è interessante anche dal punto di vista economico. Google sta infatti cercando di dimostrare che il suo storico motore di ricerca può mantenere un ruolo centrale in una fase in cui chatbot e assistenti basati sull’intelligenza artificiale stanno cambiando il modo in cui gli utenti cercano informazioni. L’azienda controlla ancora circa il 90% del mercato globale delle ricerche online e continua a puntare sull’integrazione dell’IA nei propri servizi.
Il Mondiale ha quindi offerto un piccolo ma significativo segnale: anche nell’era dell’intelligenza artificiale, quando milioni di persone cercano una risposta immediata, il vecchio motore di ricerca resta ancora uno degli strumenti digitali più utilizzati al mondo.
India e Giappone, la coppia dei chip che sfida la dipendenza dalla Cina
Dal summit India-Giappone nasce una nuova intesa sulla tecnologia: semiconduttori, intelligenza artificiale e filiere strategiche sono al centro della collaborazione tra Tokyo e Nuova Delhi. L’obiettivo è costruire catene di approvvigionamento più resilienti e ridurre la dipendenza da un unico grande polo produttivo: la Cina.
I semiconduttori sono diventati una delle risorse più strategiche dell’economia globale. Sono il cuore di smartphone, auto elettriche, sistemi militari e applicazioni di intelligenza artificiale. Per questo, dopo le tensioni geopolitiche degli ultimi anni e i rischi legati alla concentrazione della produzione in Asia orientale, molti Paesi stanno cercando alternative.
Il 16° summit annuale India-Giappone ha messo proprio i chip tra i settori prioritari della cooperazione economica, insieme ad intelligenza artificiale, minerali critici, energia pulita e infrastrutture digitali. I due Paesi hanno adottato una roadmap sulla sicurezza economica con l’obiettivo di rafforzare le proprie filiere tecnologiche.
Il Giappone porta un patrimonio industriale fondamentale: aziende e fornitori nipponici hanno un ruolo chiave nella produzione di materiali e apparecchiature utilizzate nell’industria dei semiconduttori. L’India, invece, punta sulla sua forza nel software, sulla disponibilità di ingegneri e sugli incentivi pubblici per sviluppare un ecosistema nazionale dei chip.
La sfida, però, resta complessa. Costruire una filiera dei semiconduttori richiede anni, competenze specialistiche e investimenti miliardari. India e Giappone non possono sostituire rapidamente la Cina, ma puntano a diventare un tassello importante della nuova geografia tecnologica mondiale.
Indonesia: la scommessa sul biodiesel per ridurre la dipendenza dal petrolio
L’Indonesia prova a cambiare il modo in cui fa il pieno. Il Paese del Sud-est asiatico ha avviato dal 1° luglio il programma B50, che porta al 50% la quota di biodiesel prodotto da olio di palma miscelato al diesel tradizionale. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dalle importazioni di carburanti fossili e rafforzare la sicurezza energetica nazionale.
La sigla B50 indica infatti una miscela composta per metà da biodiesel ricavato dall’olio di palma e per metà da diesel convenzionale. Secondo il governo indonesiano, il nuovo programma potrebbe ridurre in modo significativo gli acquisti dall’estero di gasolio, valorizzando una delle principali risorse agricole del Paese: l’Indonesia è il primo produttore mondiale di olio di palma.
La scelta ha però anche una dimensione economica. Aumentare l’uso del biodiesel significa sostenere la domanda interna di olio di palma, ma comporta costi maggiori rispetto al carburante tradizionale, soprattutto se il prezzo del petrolio scende. Proprio il divario tra il costo del greggio e quello dell’olio di palma è uno degli elementi che può influenzare la sostenibilità del programma nel tempo.
Per Jakarta la scommessa è chiara: trasformare una materia prima nazionale in uno strumento di autonomia energetica. Ma il progetto riapre anche il dibattito sugli effetti ambientali legati alla produzione di olio di palma, una delle colture più controverse a livello globale.
Credits: Immagine generata con ChatGpt








