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05/12/2025

L’emendamento sull’oro d’Italia che non piace alla Bce, le caffetterie in crisi in Corea del Sud e la parola dell’anno ‘rage bait’ secondo Oxford

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Questa settimana partiamo dall’Europa e dall’Italia con la BCE che boccia l’emendamento sull’oro della Banca d’Italia; In Corea del Sud è crisi delle caffetterie; Oxford sceglie rage bait parola 2025.

Alla BCE non piace l’emendamento sull’oro della Banca d’Italia

La Banca Centrale Europea ha espresso parere negativo su un emendamento alla legge di bilancio presentato da Fratelli d’Italia, secondo cui «le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano». Secondo la BCE, che ha competenza esclusiva sulle riserve auree dei paesi dell’Eurozona, «non è chiaro quale sia la finalità concreta della proposta» e invita l’Italia a riconsiderarla.

L’emendamento, presentato dal senatore Lucio Malan senza consultare la BCE, richiama antiche posizioni euroscettiche del partito. Dopo aver superato quasi tutti i passaggi parlamentari, ora il governo sembra intenzionato a ritirarlo per evitare conflitti con Bruxelles.

Di fatto, sottolineano gli esperti, l’oro della Banca d’Italia è già dello Stato e a disposizione per interessi pubblici, ma l’emendamento suggerisce implicitamente che il governo dovrebbe poter disporne direttamente, un principio in contrasto con l’indipendenza delle banche centrali e con i trattati europei.

Le riserve auree servono a garantire la stabilità monetaria e sono utilizzate in caso di crisi finanziarie o valutarie. Attualmente la Banca d’Italia detiene 2.452 tonnellate di oro, per un valore contabile di circa 200 miliardi di euro, salito a 280 miliardi sul mercato. Per dare un paragone, è quanto vale l’intero PNRR, mentre le misure previste nella legge di bilancio 2025 si aggirano intorno ai 20 miliardi.

Molti economisti ritengono che utilizzare l’oro per spese ordinarie sarebbe pericoloso: darebbe un segnale di debolezza e violerebbe norme costituzionali e trattati europei, generando uno scontro istituzionale con l’Unione. L’oro, parte del Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC), è sottoposto a supervisione BCE e non può essere impiegato per finanziare direttamente lo Stato.

Il ministero dell’Economia aveva già espresso dubbi sulla compatibilità dell’emendamento con le norme europee, e il ritiro appare probabile. In passato, la questione delle riserve auree era centrale per la destra euroscettica italiana, inclusi esponenti come Claudio Borghi, Alberto Bagnai e la stessa Giorgia Meloni, che proponevano di usare l’oro per programmi di spesa pubblica. Oggi, però, il contesto è cambiato e le riserve continuano a garantire stabilità monetaria, più che finanziamenti diretti.

Corea del Sud, il boom delle caffetterie fa i conti con la crisi

Se fino a pochi anni fa ogni angolo di strada nelle città sudcoreane sembrava potesse nascondere un nuovo locale per un espresso o un cappuccino, oggi la tendenza si è invertita: il settore delle caffetterie mostra segni di cedimento. Il rallentamento economico, la saturazione del mercato e l’aumento dei costi stanno mettendo a dura prova un fenomeno che, per molti, sembrava inarrestabile.

Secondo i dati più recenti pubblicati dall’National Tax Service of Korea (NTS) per il primo trimestre del 2025, i caffè in attività sono 95.337: 743 in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. È il primo calo mai registrato da quando, dal 2018, vengono tenute statistiche ufficiali del settore. (fonte: Inside Retail Asia). Un calo più che simbolico: dopo un’espansione vertiginosa in pochi anni — da 45.203 caffetterie nel 2018 a un picco di circa 96.080 all’inizio del 2024, la tendenza sembra invertita. ( fonte: The Korea Times)

Per molti gestori la crisi non è solo numerica ma economica: le vendite medie dei piccoli esercenti sono in calo, e un mercato saturo riduce drasticamente la possibilità di trovare clienti sufficienti per coprire le spese.
Un ulteriore colpo arriva dai costi: l’aumento vertiginoso del prezzo dei chicchi di caffè, dovuto a difficoltà nelle coltivazioni globali ,si è tradotto in un rincaro dei listini, spremendo i margini di locali grandi e piccoli.

In aggiunta, la concorrenza interna si è fatta spietata: non solo tra caffetterie indipendenti, ma soprattutto con le catene “low cost”, che stanno guadagnando sempre più terreno, a scapito dei locali “premium” e dei bar tradizionali.
Il fenomeno non riguarda solo la chiusura di locali. Sta cambiando anche la domanda: molti consumatori stanno riducendo la frequenza delle uscite o optando per catene più economiche, penalizzando i bar più piccoli e quelli con sovrapposizione territoriale.

Per alcuni analisti, la “cultura del caffè” che per anni ha trainato il boom, con centinaia di nuove aperture ogni anno, ha raggiunto un livello di saturazione tale da rendere insostenibile la maggior parte delle nuove iniziative. Alcuni esperti evocano perfino una bolla.

Secondo quanto riportato da osservatori locali, il ridimensionamento attuale potrebbe rappresentare una fase di “selezione naturale” del mercato: sopravvivranno solo i locali con capacità di differenziazione reale (prezzo, offerta, brand forte). Per chi pensava che aprire un caffè fosse una scommessa sicura, oggi le condizioni sono molto più incerte: il calo dei clienti, l’aumento dei costi e la concorrenza spietata rendono il margine molto stretto.

Per il settore nel suo complesso, la contrazione suggerisce che l’era del “boom infinito” è finita e che le dinamiche dell’espansione dovranno essere ripensate. I gruppi di caffetterie low‑cost stanno raccogliendo i frutti della crisi, consolidando il loro ruolo dominante: per i consumatori attenti al prezzo, il cambio generazionale è già in atto.

La recente battuta d’arresto del settore delle caffetterie in Corea del Sud, il primo calo dal 2018, non è un incidente, ma un campanello d’allarme: mostra i limiti di un modello cresciuto sulla moda del momento, su un’espansione facile e su consumi sostenuti. Come per molte “bolle culturali”, la realtà di mercato tende a riassestarsi, spesso a scapito dei più deboli. Chi punta ancora sul caffè come business, oggi, deve fare i conti con un sistema profondamente cambiato.

 

La parola dell’anno 2025 secondo Oxford: rage bait

La parola dell’anno 2025, secondo Oxford Languages, è rage bait. A decretarla, riferisce l’Oxford University Press sul proprio sito (Oxford University Press) è stata una combinazione di voti del pubblico, analisi dei dati lessicali e sentiment dei commenti online. Alla selezione finale erano arrivati tre termini: rage bait, aura farming e biohack, tutti riflesso delle conversazioni e delle preoccupazioni globali degli ultimi dodici mesi.

Ma cosa significa rage bait? Secondo gli esperti di Oxford, indica “contenuti online deliberatamente progettati per suscitare rabbia o indignazione, essendo frustranti, provocatori o offensivi, tipicamente pubblicati per aumentare il traffico o l’engagement su una pagina web o contenuto social”. La parola, che negli ultimi 12 mesi ha triplicato il proprio utilizzo, riflette le tensioni di un 2025 dominato da disordini sociali, dibattiti sulla regolamentazione dei contenuti online e preoccupazioni sul benessere digitale.

Il termine nasce online nel 2002 su Usenet per descrivere la reazione di un automobilista irritato dal lampeggio di un altro guidatore, evolvendosi poi nel gergo di internet per descrivere contenuti virali pensati per provocare rabbia. Oggi rage bait è un termine consolidato nelle redazioni e tra i creatori di contenuti, spesso usato per descrivere pratiche di manipolazione come il rage farming, ossia la diffusione sistematica di contenuti provocatori o disinformativi per generare engagement e rabbia online.

Il composto deriva da rage (“rabbia”) e bait (“esca”) e, sebbene simile a clickbait, si concentra specificamente sull’indurre rabbia e polarizzazione. La scelta di Oxford sottolinea come la lingua inglese possa combinare parole consolidate per creare nuovi termini che rispecchiano la realtà contemporanea, in questo caso la cultura digitale.

Casper Grathwohl, presidente di Oxford Languages, spiega: “Rage bait illumina contenuti progettati per suscitare indignazione e generare clic. Accanto a parole come brain rot di cui abbiamo parlato qui, scelte negli anni passati, ci mostra il ciclo in cui l’indignazione alimenta l’engagement, gli algoritmi lo amplificano e l’esposizione costante ci lascia mentalmente esausti. La parola dell’anno ci invita a riflettere sulle forze che plasmano il nostro linguaggio collettivo in un mondo sempre più digitale.

 

Foto Credits: Foto di Alexa da Pixabay

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