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CXMT vola del 466% al debutto: la Cina accelera la corsa all’autonomia sui chip

La corsa dell’intelligenza artificiale non si gioca soltanto a Wall Street. Mentre negli Stati Uniti gli investitori continuano a puntare sui grandi produttori di chip e sulle aziende tecnologiche che stanno costruendo l’infrastruttura necessaria per l’AI, anche la Cina prova a creare i propri campioni nazionali nel settore dei semiconduttori. Il caso più evidente è quello di Changxin Technology Group (CXMT), protagonista di uno dei debutti in Borsa più spettacolari degli ultimi anni. Nella seduta del 27 luglio, il produttore cinese di memorie ha esordito sul mercato Star di Shanghai, il segmento della Borsa cinese dedicato soprattutto alle società tecnologiche, registrando un rialzo del 466% al termine degli scambi, dopo essere arrivato a guadagnare oltre il 500% durante la giornata. Un movimento che ha spinto la capitalizzazione della società a circa 3.300 miliardi di yuan, trasformandola nella società cinese più preziosa mai quotata sul mercato domestico. Il rally di CXMT non è soltanto una storia di Borsa, ma il simbolo di una sfida più ampia: la Cina vuole ridurre la propria dipendenza dai produttori stranieri di semiconduttori e costruire una filiera tecnologica autonoma in un settore diventato strategico per l’intelligenza artificiale, la sicurezza nazionale e la competizione con gli Stati Uniti.

 

Un debutto record per una società considerata strategica

La quotazione di CXMT ha rappresentato una delle maggiori operazioni di Borsa dell’anno in Asia. La società con sede a Hefei, nella provincia cinese dell’Anhui, ha raccolto 57,92 miliardi di yuan, pari a circa 8,6 miliardi di dollari, attraverso l’offerta pubblica iniziale, fissando il prezzo di collocamento a 8,66 yuan per azione. L’Ipo, cioè la prima vendita sul mercato azionario delle azioni di una società privata, ha attirato una forte domanda da parte degli investitori, interessati a partecipare alla crescita del settore dei semiconduttori legata all’intelligenza artificiale. Tuttavia, un elemento ha contribuito ad amplificare il movimento del titolo: al momento della quotazione soltanto il 6,73% del capitale era liberamente negoziabile, mentre il resto delle azioni era soggetto a vincoli temporanei di vendita, il cosiddetto lock-up. Un numero limitato di azioni disponibili sul mercato può rendere il titolo più volatile perché, a fronte di una forte domanda da parte degli investitori, l’offerta di azioni acquistabili resta ridotta. Nel caso di CXMT, questo fattore ha contribuito ad alimentare l’impennata della prima seduta.

 

La scommessa cinese sulle memorie per l’intelligenza artificiale

Per capire perché gli investitori abbiano accolto con tanto entusiasmo la quotazione di CXMT bisogna guardare al settore in cui opera. L’azienda produce infatti memorie DRAM, chip utilizzati per conservare temporaneamente i dati necessari al funzionamento di computer, smartphone e soprattutto server dedicati all’intelligenza artificiale. Le DRAM sono una componente fondamentale dei grandi data center utilizzati dalle aziende tecnologiche per sviluppare e gestire i modelli di AI. La crescita della domanda di capacità di calcolo ha quindi aumentato l’importanza strategica dei produttori di memoria, un mercato oggi dominato soprattutto da società come Samsung Electronics, SK Hynix e Micron Technology (dell’ultima trimestrale di Micron e del suo impatto sul comparto dell’AI abbiamo parlato anche qui). Secondo i dati contenuti nel prospetto informativo della quotazione, sulla base delle vendite del quarto trimestre 2025 CXMT deteneva una quota del 7,67% del mercato globale delle memorie DRAM. Una percentuale ancora distante dai leader mondiali, ma significativa considerando che la società è stata fondata soltanto nel 2016 dal presidente Zhu Yiming. Il successo in Borsa riflette quindi anche una scommessa degli investitori: la possibilità che CXMT possa diventare il principale concorrente cinese nel mercato delle memorie, sostenuta dalla strategia di Pechino per aumentare l’autosufficienza tecnologica.

 

I conti migliorano grazie al boom della domanda di chip

Oltre alle prospettive future, il mercato ha premiato anche il miglioramento dei risultati economici della società. Nel primo trimestre del 2026 CXMT ha registrato un utile operativo di 35,43 miliardi di yuan, contro una perdita operativa di 2,83 miliardi di yuan nello stesso periodo dell’anno precedente. Il miglioramento è stato favorito dalla crescita della domanda globale di capacità di calcolo e da una gestione più efficiente della produzione da parte dei principali produttori di semiconduttori. I fondi raccolti con la quotazione saranno destinati proprio al rafforzamento delle capacità tecnologiche dell’azienda, all’aumento della produzione di wafer di memoria, cioè le sottili lastre di materiale semiconduttore da cui vengono ricavati i chip, e a nuovi investimenti in ricerca e sviluppo. Secondo Theodore Shou, amministratore delegato di Yiyi Capital, CXMT ha le caratteristiche per diventare un protagonista globale del settore. “Non ho dubbi che l’azienda crescerà fino a diventare un leader globale. È probabilmente solo una questione di tempo prima che possa affermarsi non solo come concorrente, ma come campione mondiale in questo settore”, ha dichiarato durante la trasmissione Cnbc Squawk Box Asia. Secondo Shou, un rialzo vicino al 470% nella prima seduta “non è poi così raro”, ma ciò che rende particolare il caso di CXMT è la dimensione della società coinvolta. In passato movimenti simili erano più frequenti tra aziende di piccole dimensioni, mentre in questo caso il forte interesse degli investitori ha riguardato una società destinata ad avere un ruolo strategico nella tecnologia cinese.

 

Il mercato vede il potenziale dell’AI, ma gli analisti invitano alla prudenza

Anche Morningstar, società internazionale di ricerca finanziaria, vede opportunità per CXMT grazie al ruolo centrale che l’intelligenza artificiale ha assunto nelle strategie industriali cinesi. Secondo gli analisti della società, con l’AI ormai considerata da Pechino una questione di sicurezza nazionale, il produttore di memorie potrebbe beneficiare delle politiche pubbliche volte a rafforzare l’indipendenza della Cina nel settore dei semiconduttori. Tuttavia, il forte entusiasmo seguito alla quotazione non elimina i rischi. Lo stesso Shou ha invitato gli investitori alla prudenza, spiegando che il settore delle memorie potrebbe avvicinarsi a una fase meno favorevole del ciclo. “Credo che ci stiamo avvicinando a un picco di breve periodo del ciclo delle memorie”, ha affermato l’esperto. Secondo Shou, molti investitori stanno già iniziando a prendere profitto dopo il rally iniziale e gli attuali livelli di margini e redditività del settore potrebbero essere difficili da mantenere nel lungo periodo. Il rischio, quindi, è che il mercato abbia già incorporato nelle valutazioni una parte significativa delle aspettative positive sulla crescita futura. Come spesso accade nei settori tecnologici, soprattutto quelli legati all’intelligenza artificiale, il successo in Borsa dipenderà dalla capacità dell’azienda di trasformare le grandi promesse in risultati concreti.



 

Credits: Immagine da Magnific 

Francia e Spagna alle prese con gli incendi, in Corea ci si tuffa nel fango per il caldo e in Giappone arriva il frigo per umani

Dalla Francia alla Spagna, il caldo estremo continua ad alimentare vasti incendi; n Corea del Sud migliaia si sono tuffati nel fango; in Giappone arriva una cabina refrigerata che promette di raffreddare il corpo in pochi minuti.

 

Europa in fiamme: il caldo alimenta gli incendi

Dalle foreste francesi alle campagne spagnole, l’estate europea continua a essere segnata dall’emergenza incendi. Temperature estreme, siccità e forti venti stanno creando condizioni ideali per la propagazione delle fiamme, con migliaia di persone costrette a lasciare le proprie abitazioni. In Francia e Spagna i vigili del fuoco stanno combattendo alcuni dei roghi più estesi della stagione, mentre le autorità hanno disposto evacuazioni su larga scala nelle aree più colpite.

In Francia, un grande incendio nella regione della Gironda ha bruciato un’area vasta diverse migliaia di ettari e ha richiesto l’intervento di migliaia di pompieri e mezzi aerei. Anche la Spagna resta sotto pressione, con diversi fronti attivi mentre una nuova ondata di caldo aumenta il rischio di nuovi focolai.

Il cambiamento climatico è uno dei fattori che rende questi eventi più frequenti e intensi: periodi prolungati di caldo e terreno secco trasformano la vegetazione in combustibile, permettendo alle fiamme di avanzare più rapidamente. Ma il clima non è l’unica causa. Secondo le autorità francesi, una quota significativa degli incendi nasce da attività umane, volontarie o accidentali.

Anche l’Italia ha vissuto episodi simili. Sul Gargano, in Puglia, un incendio ha distrutto circa 150 ettari di macchia mediterranea e pini d’Aleppo, causando danni stimati al territorio e al turismo. Le indagini dovranno chiarire l’origine del rogo, mentre resta alta l’attenzione sul rischio di incendi legati a comportamenti irresponsabili o azioni deliberate.

Corea del Sud, il rimedio contro il caldo? Una montagna di fango

Mentre in Europa il caldo estremo alimenta incendi e mette sotto pressione intere regioni, in Corea del Sud quando le temperature salgono, c’è chi cerca refrigerio in modi decisamente insoliti. In Corea del Sud migliaia di persone hanno scelto una soluzione originale: ricoprirsi completamente di fango. È tornato infatti il Boryeong Mud Festival, uno degli eventi estivi più famosi del Paese, che ogni anno trasforma la spiaggia di Daecheon, nella città costiera di Boryeong, in un enorme parco giochi fatto di fango, scivoli, piscine e sfide tra partecipanti.

Nato nel 1998 come iniziativa per promuovere i cosmetici a base di argilla locale, il festival è diventato nel tempo un appuntamento internazionale capace di attirare visitatori da tutto il mondo. L’edizione 2026 è iniziata il 25 luglio e proseguirà fino ad agosto, con migliaia di turisti pronti a tuffarsi nel fango per sfuggire al caldo estivo.

Dietro l’aspetto giocoso c’è anche un fenomeno più ampio: con estati sempre più calde in molte aree dell’Asia, eventi e tradizioni locali diventano anche modi collettivi per affrontare temperature estreme.

Giappone, arriva il “frigo per umani”: la cabina che promette sollievo dal caldo estremo

Se in Corea del Sud il caldo si combatte ricoprendosi di fango, in Giappone la risposta arriva dalla tecnologia. La soluzione potrebbe essere entrare direttamente in un frigorifero. E’ stata presentata la Do Hiemon, una cabina refrigerata individuale alta oltre due metri che promette di raffreddare il corpo in circa dieci minuti. A raccontarla è The Guardian, che l’ha definita una sorta di “frigo per umani” pensato per affrontare un’estate sempre più segnata da temperature record.

La cabina, sviluppata come soluzione contro lo stress da caldo, porta la temperatura interna intorno ai 15 gradi e utilizza getti d’aria fredda a 5 gradi indirizzati su testa, collo, spalle e schiena. Secondo i produttori, il sistema sarebbe in grado di alleviare più rapidamente i sintomi dell’esposizione al caldo rispetto a un ventilatore o a un normale condizionatore.

Il dispositivo arriva in un momento in cui il Giappone, come molte altre aree del mondo, sta affrontando ondate di calore sempre più intense: nel Paese sono state registrate per la prima volta temperature oltre i 40 gradi definite dalle autorità “pericolosamente calde”.

Il costo però non è trascurabile: la cabina viene venduta per circa 1,5 milioni di yen, anche se i produttori sostengono che il consumo energetico sia contenuto. La vera applicazione potrebbe essere in fabbriche, magazzini o luoghi pubblici, dove una pausa refrigerante potrebbe aiutare lavoratori e persone più esposte al rischio di colpi di calore.

 

 

 

Photo Credit: TheGuardian/ Photograph: YouTube/Trusco

Tesla affonda dopo i conti: il mercato boccia la scommessa di Musk sull’AI

Tesla è ancora una casa automobilistica o è già una società tecnologica? È questa la domanda che divide gli investitori dopo la reazione negativa del mercato ai conti del secondo trimestre. I numeri mostrano infatti una realtà a due facce: da una parte la società guidata da Elon Musk ha registrato ricavi superiori alle attese e il miglior trimestre della sua storia per consegne di veicoli; dall’altra la redditività continua a indebolirsi mentre gli investimenti nelle nuove tecnologie aumentano rapidamente. Il risultato è stato un violento riposizionamento del titolo a Wall Street: nella seduta del 14 luglio Tesla è crollata del 14,52%, passando da circa 374 a 319 dollari per azione. Una reazione che non riguarda soltanto i risultati trimestrali, ma soprattutto i dubbi del mercato sulla capacità dell’azienda di trasformare le grandi promesse legate all’intelligenza artificiale, alla guida autonoma e alla robotica in profitti concreti.

 

La scommessa di Musk: trasformare Tesla oltre l’auto

Per anni Tesla è stata valutata dagli investitori come una società automobilistica con caratteristiche particolari, grazie alla forte crescita delle vendite di veicoli elettrici e alla capacità di innovare rispetto ai produttori tradizionali. Negli ultimi anni, però, Elon Musk ha spinto sempre di più una nuova narrativa: Tesla non sarebbe soltanto un produttore di automobili, ma una piattaforma tecnologica che punta a rivoluzionare il settore della mobilità attraverso l’intelligenza artificiale. Il cuore della scommessa è rappresentato dalla guida autonoma e dal servizio Robotaxi, cioè una flotta di automobili in grado di trasportare passeggeri senza un conducente umano. Tesla ha comunicato che il servizio è ormai operativo in sette grandi aree metropolitane statunitensi e che le sottoscrizioni attive al software Full Self-Driving (FSD), il sistema di assistenza avanzata alla guida sviluppato dalla società, hanno raggiunto 1,48 milioni, in aumento del 56% rispetto allo scorso anno. Accanto al Robotaxi c’è il progetto Cybercab, il veicolo progettato specificamente per la guida autonoma, la cui produzione è iniziata nella Gigafactory in Texas. Tesla punta, inoltre, sul camion elettrico Tesla Semi e sul robot umanoide Optimus, che secondo la società entreranno nelle prime fasi produttive nel corso del 2026. Proprio questa trasformazione spiega perché il titolo Tesla abbia avuto per anni una valutazione molto più elevata rispetto a quella dei produttori automobilistici tradizionali. Gli investitori non stanno pagando soltanto i risultati attuali, ma anche la possibilità che l’azienda riesca a conquistare nuovi mercati legati all’intelligenza artificiale e all’automazione.

 

Ricavi record, ma profitti sotto pressione

La trimestrale ha però mostrato che il percorso verso questa trasformazione ha ancora molti ostacoli. Nel secondo trimestre Tesla ha registrato ricavi pari a 28,24 miliardi di dollari, in aumento del 26% rispetto allo stesso periodo precedente e superiori alle attese degli analisti, ferme a 27,58 miliardi. Il settore automobilistico ha generato 20,52 miliardi di dollari di ricavi, oltre il consensus di mercato di 20,05 miliardi, mentre la divisione servizi ha raggiunto il record di 4,58 miliardi. Più debole invece il business dell’energia, con ricavi pari a 3,14 miliardi contro i circa 3,77 miliardi attesi. Il problema principale è stato però la redditività. Il margine lordo, cioè la quota di ricavi che resta all’azienda dopo aver sottratto i costi direttamente legati alla produzione, si è fermato al 16,8%, molto al di sotto del 19,5% previsto dagli analisti. Anche il margine operativo, che misura quanto profitto genera l’attività caratteristica dell’azienda dopo tutti i costi operativi, è sceso all’1,4%, contro il 5,4% atteso dal mercato. L’utile operativo è stato di appena 398 milioni di dollari, circa un quarto rispetto agli 1,5 miliardi previsti dal consensus, cioè dalla media delle stime degli analisti. Anche l’utile per azione, uno degli indicatori più osservati dagli investitori perché misura il profitto attribuibile a ogni singola azione, è risultato inferiore alle aspettative: 0,32 dollari su base Gaap contro i 0,36 stimati. A pesare sui profitti sono soprattutto la pressione sui prezzi delle automobili e la crescente concorrenza nel mercato delle auto elettriche. Per difendere le vendite, Tesla ha ridotto in più occasioni i prezzi dei propri modelli, una strategia che però comprime i margini.

 

La grande sfida: investire oggi per guadagnare domani

Il mercato si trova quindi davanti a un dilemma. Gli investimenti di Tesla nelle nuove tecnologie possono essere interpretati come un segnale di forza, perché l’azienda sta costruendo le basi per una futura leadership nell’intelligenza artificiale applicata al mondo fisico. Ma allo stesso tempo rappresentano un costo significativo nel presente (dei dubbi del mercato sulla scommessa relativa all’AI abbiamo parlato anche qui). Nel trimestre il free cash flow, cioè la liquidità generata dall’azienda dopo aver effettuato gli investimenti necessari per il proprio sviluppo, è risultato negativo per 1,09 miliardi di dollari. In altre parole, Tesla ha prodotto meno cassa di quella utilizzata per finanziare la crescita. La cifra è comunque migliore rispetto ai -3,25 miliardi di dollari previsti dagli analisti, mentre la liquidità complessiva è rimasta elevata a 43,5 miliardi. 

 

Il giudizio di Morgan Stanley

Secondo Morgan Stanley, la maggiore spesa in conto capitale, cioè gli investimenti destinati a fabbriche, tecnologie e capacità produttiva, rappresenta un passaggio necessario per consolidare la posizione di Tesla nei settori della guida autonoma e della robotica. Gli analisti hanno però ridotto il prezzo obiettivo (il valore che gli analisti stimano possa raggiungere un’azione in un determinato periodo, solitamente nei successivi 12 mesi) sul titolo da 417 a 400 dollari, confermando il giudizio equal-weight, cioè una valutazione neutrale che indica un potenziale di crescita in linea con il mercato. “L’accelerazione della spesa in conto capitale della società rappresenta un investimento necessario per consolidare la leadership del gruppo nei settori della guida autonoma e della robotica, anche se l’aumento degli esborsi sta aggravando il consumo di cassa”, hanno osservato gli analisti di Morgan Stanley. Secondo la banca d’affari, Tesla resta ben posizionata per guidare quella che definisce la rivoluzione dell’“AI fisica”, cioè l’applicazione dell’intelligenza artificiale a oggetti e macchine che operano nel mondo reale, ma il ritorno economico degli investimenti richiederà “pazienza e un’esecuzione costante”.

 

 

Credits: Immagine da Magnific



L’accordo nucleare tra Usa e Arabia Saudita, la rivolta degli scarafaggi in India e le ore di sonno della premier giapponese Takaichi

Usa e Arabia Saudita firmano l’accordo sul nucleare, in India cresce la protesta dei giovani contro gli esami truccati, mentre in Giappone fa discutere la premier Takaichi per le poche ore di sonno.

Usa, accordo nucleare storico con l’Arabia Saudita

Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno firmato un accordo storico di cooperazione nucleare civile che potrebbe aprire la strada alla nascita di un programma atomico saudita sostenuto dalle aziende americane. L’intesa è stata annunciata dal Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti e prevede un accordo di cooperazione pacifica, noto come “accordo 123”, insieme a un’intesa bilaterale sulle garanzie di sicurezza.

Secondo il segretario all’Energia americano Chris Wright, l’accordo “crea le basi legali per una partnership pluridecennale da diversi miliardi di dollari” e garantisce il rispetto dei più elevati standard di sicurezza nucleare e non proliferazione. Wright ha spiegato che il progetto si baserà sulla tecnologia e sulle competenze sviluppate negli Stati Uniti.

L’accordo, approvato dal presidente Donald Trump, prevede che Washington sostenga la creazione di un programma di energia nucleare civile in Arabia Saudita, con il coinvolgimento di società americane nella costruzione delle infrastrutture. La notizia era stata anticipata dal Wall Street Journal.

Ma l’intesa solleva anche interrogativi sulla proliferazione nucleare. Secondo fonti citate da NBC News, il patto non dovrebbe includere il divieto esplicito per Riad di arricchire uranio o ritrattare combustibile nucleare esausto, due attività che, pur avendo anche usi civili, possono rappresentare un passaggio verso capacità militari.

Il testo completo dell’accordo non è ancora stato diffuso e il Congresso americano dovrà esprimersi, anche se per bloccarlo sarebbe necessaria una maggioranza in grado di superare un eventuale veto presidenziale.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha assicurato che gli Stati Uniti non firmeranno accordi “con nessun Paese al mondo che comportino un rischio di proliferazione”.

Il tema è particolarmente sensibile perché arriva in una fase di forte tensione con l’Iran, mentre Washington e Israele continuano a opporsi alla possibilità che Teheran sviluppi un’arma nucleare. In passato, l’Arabia Saudita aveva collegato la disponibilità a normalizzare i rapporti con Israele alla possibilità di ottenere il via libera per un programma nucleare civile, chiedendo però progressi concreti sulla questione palestinese.

Gli esperti invitano alla cautela. Darya Dolzikova, ricercatrice del programma Proliferazione e Politica Nucleare del Royal United Services Institute, ha sottolineato che qualsiasi accordo con Paesi considerati sensibili dal punto di vista della proliferazione deve prevedere garanzie “molto solide”.

Anche le dichiarazioni del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman alimentano il dibattito: in passato ha affermato che il regno cercherebbe di dotarsi di un’arma nucleare nel caso in cui anche l’Iran riuscisse a farlo.

L’Arabia Saudita è membro dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), l’organismo delle Nazioni Unite incaricato di promuovere l’uso pacifico dell’energia nucleare e verificare che i programmi civili non abbiano finalità militari.

L’accordo con Washington arriva inoltre in un momento delicato nei rapporti regionali: nei giorni precedenti Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno cercato di rilanciare i legami storici dopo mesi di tensioni legate alla guerra in Yemen, alle quote petrolifere e alle diverse strategie nel Golfo.

India, la rivolta degli “scarafaggi”: migliaia di giovani in piazza

Non è il nome di un nuovo partito politico, ma il simbolo di una protesta generazionale che sta mettendo sotto pressione il governo di Narendra Modi. In India il movimento degli “scarafaggi” ha portato migliaia di giovani nelle strade di Delhi per contestare uno dei problemi più sentiti del Paese: le continue fughe di notizie sui test di ammissione e sui concorsi pubblici, che secondo i manifestanti stanno compromettendo il futuro di milioni di studenti.

La protesta nasce dopo anni di scandali legati agli esami nazionali. Secondo l’opposizione, nell’ultimo decennio si sarebbero verificati oltre 150 casi di prove d’esame diffuse illegalmente senza che nessuno sia stato condannato. Una situazione che ha alimentato la rabbia di una generazione che vede nell’istruzione il principale strumento di riscatto sociale, ma che si trova a fare i conti con un sistema percepito come poco trasparente.

Il nome scelto dal movimento, Cockroach Janta Party (CJP), è una risposta ironica a una frase pronunciata dal presidente della Corte Suprema indiana, che aveva paragonato alcuni giovani disoccupati a “scarafaggi” per descrivere il modo in cui si moltiplicano le proteste legate alla mancanza di lavoro.

Negli ultimi giorni la mobilitazione è cresciuta. Lunedì circa 50 mila persone hanno manifestato a Delhi dopo che la polizia ha impedito una marcia verso il Parlamento. Gli scontri con le forze dell’ordine hanno portato all’uso di manganelli e gas lacrimogeni. Nonostante caldo e umidità estremi, centinaia di giovani hanno continuato a presidiare il luogo della protesta, sostenuti da volontari che distribuiscono acqua, cibo e assistenza.

Sotto pressione, il premier Modi ha annunciato la creazione di tribunali speciali per accelerare i procedimenti contro i responsabili delle fughe di notizie. “Chi cerca di danneggiare il futuro dei nostri giovani non sarà risparmiato”, ha scritto il primo ministro sui social.

La promessa, però, non ha convinto i manifestanti. Il CJP ha definito l’iniziativa “un cerotto” e ha chiesto interventi più radicali: tra le richieste principali ci sono le dimissioni del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan e una riforma complessiva del sistema educativo.

La protesta ha ormai superato i confini della capitale: manifestazioni di solidarietà sono state organizzate anche a Mumbai, Chennai, Hyderabad e in altre città indiane. L’opposizione guidata da Rahul Gandhi ha colto l’occasione per attaccare il governo, accusandolo di non aver protetto studenti e giovani lavoratori.

Per Modi la questione è diventata un nuovo fronte politico. L’istruzione e l’occupazione giovanile sono temi particolarmente sensibili in un Paese con oltre un miliardo di abitanti, dove ogni anno milioni di ragazzi partecipano a esami pubblici per ottenere un posto nella pubblica amministrazione o accedere alle migliori università.

La protesta degli “scarafaggi” racconta così una frattura più ampia: quella di una generazione che chiede non solo più opportunità, ma soprattutto un sistema in cui il merito torni ad avere valore.

Giappone, la premier Takaichi nel mirino per il post sulle “0-3 ore di sonno”

Un racconto personale sui ritmi di lavoro si è trasformato in una polemica politica. La premier giapponese Sanae Takaichi è stata criticata sia dalla maggioranza sia dall’opposizione dopo aver scritto su X che, da quando è entrata in carica, dormire tra zero e tre ore a notte è diventata la normalità.

Nel post pubblicato il 20 luglio, Takaichi ha raccontato settimane di lavoro intenso, trascorse tra documenti da leggere, riunioni e migliaia di email arretrate da gestire. La premier ha spiegato di aver passato i fine settimana immersa nella preparazione della nuova linea di politica economica e fiscale del governo, lavorando dall’alba fino a tarda notte.

“Da quando sono diventata primo ministro, zero-tre ore di sonno sono diventate la norma”, ha scritto, aggiungendo però di essere riuscita, dopo molto tempo, a dormire cinque ore durante il ponte festivo di luglio. Un momento che, secondo il suo racconto, le avrebbe permesso anche di dedicarsi ad attività private come stirare e cucire.

Proprio il riferimento alla mancanza di riposo ha scatenato il dibattito. Secondo diversi esponenti politici, infatti, mostrare come un vanto giornate di lavoro estreme non sarebbe il messaggio più adatto per un capo di governo.

Yuichiro Tamaki, leader del Partito Democratico per il Popolo, ha criticato la gestione del lavoro della premier: “Un leader deve anche saper delegare e creare le condizioni per concentrarsi sulle decisioni che solo lui può prendere”. Secondo Tamaki, lo staff di Takaichi dovrebbe offrirle maggiore supporto per permetterle di affrontare gli impegni con maggiore lucidità.

Anche all’interno del Partito Liberal Democratico, la formazione di governo, sono arrivate osservazioni critiche. Un esponente del partito ha commentato che dal racconto della premier emerge “un senso di impazienza” e che sarà la storia a giudicare il suo metodo di lavoro.

Dall’opposizione è arrivata una critica ancora più dura: “Raramente si è visto il primo ministro di un Paese mettere in mostra il fatto di non dormire”.

La vicenda ha riacceso in Giappone il confronto sulla cultura del superlavoro, un tema da sempre centrale nel Paese, e sul confine tra dedizione personale e capacità di leadership. Per molti osservatori, la questione non è quante ore lavori un premier, ma se abbia intorno una squadra capace di condividere responsabilità e decisioni.

Foto Credits: AP

Ibm crolla del 25% in una sola seduta, ecco cosa ha spaventato il mercato

La rivoluzione dell’intelligenza artificiale sta creando nuovi vincitori nel settore tecnologico, ma anche società costrette a ripensare il proprio ruolo nella nuova fase di mercato. Tra queste c’è Ibm, uno dei nomi storici dell’informatica mondiale, che il 14 luglio ha vissuto una delle peggiori sedute della sua storia a Wall Street. Il titolo del colosso tecnologico statunitense ha chiuso la giornata in calo del 25,21%, passando dai 290,23 dollari per azione della seduta precedente ai 217,07 dollari. Nel corso delle contrattazioni l’azione è arrivata a perdere oltre il 26%, registrando il maggiore calo intraday almeno dal 3 gennaio 1968 secondo i calcoli di Bloomberg. A scatenare la vendita sono stati i risultati preliminari del secondo trimestre, inferiori alle aspettative del mercato, ma soprattutto il timore degli investitori che la corsa all’intelligenza artificiale stia modificando le priorità di spesa delle aziende clienti, penalizzando alcune delle attività storiche di Ibm. Il mercato non ha punito soltanto numeri inferiori alle attese, ma il rischio che la crescita dell’AI stia favorendo soprattutto altri segmenti della tecnologia.

 

Cosa fa Ibm e perché l’AI sta cambiando il suo business

International Business Machines, conosciuta semplicemente come Ibm, è una delle più grandi aziende tecnologiche al mondo e opera principalmente in tre aree: software, consulenza e infrastrutture informatiche. La divisione software sviluppa programmi e piattaforme utilizzati dalle imprese per gestire dati, sicurezza e applicazioni digitali. La consulenza aiuta invece le aziende nella trasformazione tecnologica, mentre il segmento infrastrutture comprende sistemi hardware avanzati, tra cui i cosiddetti mainframe, computer estremamente potenti e affidabili utilizzati soprattutto da grandi organizzazioni, come banche, compagnie assicurative e aziende multinazionali, per gestire enormi quantità di operazioni e dati critici. Proprio quest’ultima area è stata una delle principali cause della delusione degli investitori. Ibm aveva puntato sul nuovo mainframe z17, presentato a giugno e progettato anche per supportare applicazioni di intelligenza artificiale generativa negli ambienti cloud ibridi, cioè sistemi che combinano infrastrutture interne alle aziende e servizi informatici esterni. La domanda però è stata più debole del previsto.

 

La corsa all’intelligenza artificiale sposta la spesa dei clienti

Secondo l’amministratore delegato Arvind Krishna, nelle ultime settimane del secondo trimestre molti clienti hanno modificato le proprie strategie di investimento. Le aziende hanno destinato una quota maggiore dei propri budget all’acquisto di server, sistemi di archiviazione dati e chip di memoria necessari per sviluppare infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale. Questa scelta ha ridotto le risorse disponibili per altri investimenti tecnologici, colpendo alcune attività di Ibm. In particolare, il gruppo aveva previsto un impatto negativo legato ai problemi nella catena di approvvigionamento, ma non si aspettava una riallocazione così significativa della spesa dei clienti. Le aziende stanno concentrando gli investimenti sui componenti necessari per costruire infrastrutture AI, lasciando meno spazio ad alcune attività tecnologiche tradizionali. Krishna ha ammesso che Ibm non è riuscita a reagire abbastanza rapidamente al nuovo scenario, spiegando agli investitori che numerosi grandi contratti non si sono chiusi nei tempi previsti. “Non ci siamo adattati e mossi abbastanza rapidamente”, ha scritto il ceo, riconoscendo che il trimestre ha rappresentato un momento di difficoltà per il gruppo.

 

Ricavi e margini deludenti

Le stime preliminari sul secondo trimestre hanno confermato il rallentamento. Ibm prevede ricavi per 17,2 miliardi di dollari, inferiori ai 17,9 miliardi attesi dagli analisti. Il fatturato della divisione software dovrebbe crescere del 5%, mentre quello della consulenza dovrebbe rimanere sostanzialmente stabile. Più pesante invece la contrazione prevista per il segmento infrastrutture, con ricavi in calo del 7%. Anche la redditività è attesa in peggioramento. Ibm stima un margine di profitto lordo, cioè la quota di ricavi che rimane dopo i costi direttamente legati alla produzione dei servizi, al 57,7%, in calo di 100 punti base rispetto all’anno precedente. Il mercato ha quindi reagito non soltanto alla debolezza del trimestre, ma al timore che Ibm possa trovarsi in una posizione meno favorevole nella nuova fase della competizione tecnologica dominata dall’intelligenza artificiale.

 

Il mercato ora guarda alla capacità di Ibm di recuperare

Il crollo del titolo ha coinvolto anche altre società tecnologiche legate al software, come Workday e ServiceNow, segnalando che gli investitori stanno valutando più in generale l’impatto della nuova ondata di investimenti nell’AI (di cosa sta cambiando nella corsa all’AI in Borsa abbiamo parlato anche qui). La questione centrale è capire se la debolezza registrata da Ibm sia un problema temporaneo, legato allo spostamento degli investimenti dei clienti, oppure un segnale di una trasformazione più profonda del settore. Ibm resta comunque una società con una lunga presenza nel mercato tecnologico e con una posizione rilevante nei servizi alle grandi imprese. Ora gli investitori attendono i risultati definitivi del trimestre e soprattutto indicazioni dal management sulla capacità del gruppo di beneficiare della crescita dell’intelligenza artificiale invece di subirne soltanto gli effetti. La sfida per Ibm è dimostrare che gli investimenti nell’AI possono diventare un’opportunità anche per il suo modello di business, e non soltanto un vantaggio per i produttori di chip e infrastrutture.



 

Credits: immagine da Magnific 

Fincantieri punta sulla subacquea: il titolo vola dopo il piano da 600 milioni

Il mercato ha accolto con entusiasmo la nuova strategia di crescita di Fincantieri. Nella seduta del 6 luglio il titolo del gruppo italiano della cantieristica navale ha chiuso in forte rialzo dell’11,42% a 12,15 euro, spinto dall’annuncio di un piano di acquisizioni da 600 milioni di euro destinato a trasformare Fincantieri in un protagonista internazionale nel settore della subacquea. L’operazione prevede l’acquisizione della maggioranza di quattro società – Next Geosolutions, WSense, Graal Tech e Defcomm – con l’obiettivo di creare un polo specializzato da circa 1,1 miliardi di euro di ricavi. La scommessa del gruppo guidato dall’amministratore delegato Pierroberto Folgiero è puntare su un mercato considerato strategico e in forte espansione, quello delle tecnologie subacquee.

 

Perché la subacquea è diventata un settore strategico

Quando si parla di mercato underwater, cioè del comparto delle tecnologie e dei servizi legati alle attività sotto il livello del mare, non si fa riferimento soltanto ai sottomarini militari. Il settore comprende infatti sistemi di sorveglianza, sensori, infrastrutture per le comunicazioni, robotica marina, protezione dei cavi sottomarini e soluzioni per attività civili e militari. Un elemento sempre più rilevante è la cosiddetta componente dual-use, cioè tecnologie che possono avere sia un utilizzo civile sia un impiego nel settore della difesa. Un esempio sono i sistemi di monitoraggio dei fondali: possono essere utilizzati per controllare infrastrutture energetiche e collegamenti internet sottomarini, ma anche per attività di sicurezza nazionale. La crescita delle tensioni geopolitiche e la necessità di proteggere infrastrutture critiche hanno aumentato l’interesse verso un mercato che nei prossimi anni potrebbe crescere rapidamente. Secondo le stime presentate da Fincantieri, il mercato di riferimento della subacquea, che comprende sottomarini, sensori, sistemi avanzati e soluzioni non convenzionali, potrebbe raggiungere un valore complessivo di 155 miliardi di euro nel periodo 2026-2030. In particolare, il segmento dell’underwater non convenzionale è atteso crescere a un ritmo medio annuo del 30%.

 

Quattro acquisizioni per creare un campione internazionale

La strategia di Fincantieri consiste nell’unire competenze diverse sotto un unico gruppo. L’acquisizione più rilevante riguarda Next Geosolutions, società attiva nei servizi di ingegneria e supporto alle attività marine, della quale Fincantieri acquisirà il 52,6% del capitale. Successivamente il gruppo lancerà un’Ops, cioè un’offerta pubblica di acquisto rivolta agli altri azionisti, con l’obiettivo di arrivare al delisting della società. Il delisting significa la rimozione del titolo dalla Borsa: in questo caso NextGeo uscirebbe dal mercato azionario per essere integrata più strettamente all’interno del progetto industriale di Fincantieri. Accanto a NextGeo entreranno nel perimetro del gruppo anche WSense, società specializzata nelle comunicazioni e nelle reti sottomarine, Graal Tech, attiva nello sviluppo tecnologico, e Defcomm, focalizzata sulle soluzioni per la difesa. L’obiettivo non è soltanto acquistare nuove società, ma costruire una piattaforma integrata capace di coprire l’intera catena del valore della subacquea. Il nuovo polo coinvolgerà circa 1.500 professionisti altamente qualificati con sedi in Italia, Regno Unito, Paesi Bassi, Norvegia ed Emirati Arabi Uniti.

 

Il mercato guarda agli effetti sulla redditività

Secondo Fincantieri, le acquisizioni non avranno un impatto negativo sulla guidance 2026, cioè sulle previsioni economiche comunicate dalla società agli investitori. Al contrario, il gruppo stima un miglioramento della redditività futura. Le operazioni consentirebbero infatti di aumentare l’Ebitda pro-forma del 2026 del 13%. L’Ebitda è un indicatore utilizzato per misurare la capacità di un’azienda di generare profitti dalla propria attività caratteristica prima di interessi, tasse e ammortamenti. Anche l’utile netto pro-forma del 2026, cioè il risultato che il gruppo avrebbe ipoteticamente ottenuto considerando già integrate le nuove acquisizioni, è previsto in crescita del 40%. Sul fronte degli utili per azione, indicati con la sigla Eps e calcolati dividendo il profitto della società per il numero di azioni in circolazione, Fincantieri prevede una crescita del 30% entro il 2028 e del 20% entro il 2030. Le acquisizioni saranno finanziate principalmente attraverso le risorse raccolte con l’aumento di capitale da 500 milioni di euro completato a febbraio, integrato da altre fonti disponibili del gruppo.

 

Gli analisti promuovono la strategia

La reazione positiva del titolo riflette anche il giudizio favorevole delle principali case di investimento (dei giudizi positivi degli analisti che avevano spinto sui massimi storici il titolo lo scorso ottobre avevamo parlato anche qui). Jefferies ha confermato la raccomandazione “buy”, cioè un’indicazione di acquisto sul titolo, con un prezzo obiettivo di 19 euro. Secondo gli analisti della banca d’affari, l’operazione rappresenta un segnale positivo perché chiarisce come Fincantieri intenda utilizzare le risorse raccolte con l’aumento di capitale. Per Jefferies, le acquisizioni anticipano di quattro anni il raggiungimento degli obiettivi fissati per il segmento underwater e aumentano il potenziale di valorizzazione del gruppo. Anche Banca Akros ha espresso un giudizio positivo, con una raccomandazione buy e un target price, cioè il prezzo teorico che gli analisti ritengono raggiungibile dal titolo, fissato a 16 euro. Intermonte ha confermato il giudizio “outperform”, che indica una previsione di rendimento superiore rispetto al mercato di riferimento, con un prezzo obiettivo di 15,9 euro. Secondo gli analisti, l’operazione è coerente con l’utilizzo atteso dei fondi raccolti con l’aumento di capitale, indirizzati verso acquisizioni in un settore caratterizzato da elevata crescita e margini superiori rispetto ad altre attività del gruppo. Anche Equita ha giudicato positivamente l’operazione, sottolineando il ruolo centrale di NextGeo. La società nel 2025 ha registrato un valore della produzione di 267 milioni di euro, un EBITDA di 70 milioni e un utile netto di 50 milioni.



 

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Un gol dell’Argentina fa volare Google, India-Giappone la coppia dei chip che sfida la Cina e l’Indonesia fa benzina con l’olio di palma

Un gol al Mondiale ha fatto registrare a Google il più alto numero di ricerche al secondo della sua storia; India e Giappone, la nuova alleanza asiatica per i chip;l’Indonesia porta al 50% la quota di biodiesel prodotto con olio di palma miscelato al diesel tradizionale.

Un gol dell’Argentina fa volare Google: record storico di ricerche durante il Mondiale

Un gol può cambiare una partita. Ma può anche battere un record tecnologico. È successo dopo la vittoria dell’Argentina contro l’Egitto negli ottavi del Mondiale 2026: subito dopo la rete decisiva della nazionale sudamericana, Google Search ha registrato il più alto livello di utilizzo della sua storia, secondo quanto comunicato da Nick Fox, vicepresidente senior della divisione Knowledge and Information di Google.

La partita, terminata 3-2 dopo una rimonta negli ultimi minuti firmata anche da Lionel Messi, ha generato un’ondata globale di curiosità: milioni di utenti si sono rivolti al motore di ricerca per conoscere il risultato, rivedere gli episodi chiave o cercare informazioni sui protagonisti del match.

Il dato è interessante anche dal punto di vista economico. Google sta infatti cercando di dimostrare che il suo storico motore di ricerca può mantenere un ruolo centrale in una fase in cui chatbot e assistenti basati sull’intelligenza artificiale stanno cambiando il modo in cui gli utenti cercano informazioni. L’azienda controlla ancora circa il 90% del mercato globale delle ricerche online e continua a puntare sull’integrazione dell’IA nei propri servizi.

Il Mondiale ha quindi offerto un piccolo ma significativo segnale: anche nell’era dell’intelligenza artificiale, quando milioni di persone cercano una risposta immediata, il vecchio motore di ricerca resta ancora uno degli strumenti digitali più utilizzati al mondo.

India e Giappone, la coppia dei chip che sfida la dipendenza dalla Cina

Dal summit India-Giappone nasce una nuova intesa sulla tecnologia: semiconduttori, intelligenza artificiale e filiere strategiche sono al centro della collaborazione tra Tokyo e Nuova Delhi. L’obiettivo è costruire catene di approvvigionamento più resilienti e ridurre la dipendenza da un unico grande polo produttivo: la Cina.

I semiconduttori sono diventati una delle risorse più strategiche dell’economia globale. Sono il cuore di smartphone, auto elettriche, sistemi militari e applicazioni di intelligenza artificiale. Per questo, dopo le tensioni geopolitiche degli ultimi anni e i rischi legati alla concentrazione della produzione in Asia orientale, molti Paesi stanno cercando alternative.

Il 16° summit annuale India-Giappone ha messo proprio i chip tra i settori prioritari della cooperazione economica, insieme ad intelligenza artificiale, minerali critici, energia pulita e infrastrutture digitali. I due Paesi hanno adottato una roadmap sulla sicurezza economica con l’obiettivo di rafforzare le proprie filiere tecnologiche.

Il Giappone porta un patrimonio industriale fondamentale: aziende e fornitori nipponici hanno un ruolo chiave nella produzione di materiali e apparecchiature utilizzate nell’industria dei semiconduttori. L’India, invece, punta sulla sua forza nel software, sulla disponibilità di ingegneri e sugli incentivi pubblici per sviluppare un ecosistema nazionale dei chip.

La sfida, però, resta complessa. Costruire una filiera dei semiconduttori richiede anni, competenze specialistiche e investimenti miliardari. India e Giappone non possono sostituire rapidamente la Cina, ma puntano a diventare un tassello importante della nuova geografia tecnologica mondiale.

Indonesia: la scommessa sul biodiesel per ridurre la dipendenza dal petrolio

L’Indonesia prova a cambiare il modo in cui fa il pieno. Il Paese del Sud-est asiatico ha avviato dal 1° luglio il programma B50, che porta al 50% la quota di biodiesel prodotto da olio di palma miscelato al diesel tradizionale. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dalle importazioni di carburanti fossili e rafforzare la sicurezza energetica nazionale.

La sigla B50 indica infatti una miscela composta per metà da biodiesel ricavato dall’olio di palma e per metà da diesel convenzionale. Secondo il governo indonesiano, il nuovo programma potrebbe ridurre in modo significativo gli acquisti dall’estero di gasolio, valorizzando una delle principali risorse agricole del Paese: l’Indonesia è il primo produttore mondiale di olio di palma.

La scelta ha però anche una dimensione economica. Aumentare l’uso del biodiesel significa sostenere la domanda interna di olio di palma, ma comporta costi maggiori rispetto al carburante tradizionale, soprattutto se il prezzo del petrolio scende. Proprio il divario tra il costo del greggio e quello dell’olio di palma è uno degli elementi che può influenzare la sostenibilità del programma nel tempo.

Per Jakarta la scommessa è chiara: trasformare una materia prima nazionale in uno strumento di autonomia energetica. Ma il progetto riapre anche il dibattito sugli effetti ambientali legati alla produzione di olio di palma, una delle colture più controverse a livello globale.

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Bending Spoons vola al Nasdaq: come la società italiana ha conquistato Wall Street

Il debutto di Bending Spoons a Wall Street non è passato inosservato. Il 1° luglio la società italiana ha chiuso la sua prima seduta al Nasdaq con un rialzo del 38,24%, dopo aver collocato le azioni a 29 dollari, un prezzo superiore alla forchetta inizialmente prevista tra 26 e 28 dollari. Il giorno successivo, però, il titolo ha invertito la rotta, cedendo l’11,28%. Un andamento che potrebbe apparire contraddittorio, ma che in realtà è piuttosto frequente dopo le grandi quotazioni in Borsa: all’entusiasmo iniziale segue spesso una fase in cui parte degli investitori decide di incassare i guadagni realizzati nelle prime ore di contrattazione.

 

Che cosa fa davvero Bending Spoons

Gran parte dell’interesse suscitato dalla quotazione deriva anche dal particolare modello di business della società milanese, spesso difficile da inquadrare. Bending Spoons nasce come sviluppatore di applicazioni, ma negli ultimi anni ha cambiato profondamente strategia. Oggi il suo core business consiste soprattutto nell’acquisire aziende digitali già esistenti, spesso marchi molto conosciuti ma in difficoltà o con margini di crescita limitati, per riorganizzarle e renderle più redditizie. Nel suo portafoglio figurano, tra gli altri, Evernote, WeTransfer, Meetup, Vimeo, Brightcove, Eventbrite e, più recentemente, AOL. Il modello è stato spesso descritto come una via di mezzo tra una società tecnologica e un fondo di investimento. Dopo ogni acquisizione, Bending Spoons integra le aziende nella propria piattaforma tecnologica, introduce strumenti di intelligenza artificiale, riorganizza i processi e punta ad aumentare l’efficienza e la redditività. L’obiettivo non è rivendere rapidamente le società acquistate, ma mantenerle nel lungo periodo e utilizzare i flussi di cassa generati per finanziare nuove acquisizioni.

 

Perché il debutto è stato così positivo

L’interesse degli investitori era evidente già prima dell’esordio sul listino americano. L’IPO, cioè l’offerta pubblica iniziale, è il momento in cui una società vende per la prima volta le proprie azioni sul mercato per raccogliere capitali destinati a finanziare la crescita (della stagione delle mega Ipo del comparto tecnologico abbiamo parlato anche qui). Nel caso di Bending Spoons, la domanda è stata molto superiore all’offerta disponibile. Sono state collocate poco meno di 58 milioni di azioni, di cui circa 34,4 milioni emesse dalla società attraverso un aumento di capitale e 23,6 milioni vendute da alcuni azionisti già presenti nel capitale. Secondo quanto riportato da Bloomberg, i dieci principali investitori istituzionali, cioè grandi operatori finanziari come fondi d’investimento, fondi pensione, compagnie assicurative e società di gestione del risparmio, avrebbero acquistato circa l’85% delle azioni offerte. Allargando lo sguardo ai primi venticinque sottoscrittori, la quota sarebbe salita addirittura al 95%, un dato che conferma il forte interesse del mercato per la quotazione di Bending Spoons. Un interesse così elevato ha consentito di fissare il prezzo finale a 29 dollari per azione, sopra la fascia inizialmente indicata. L’operazione consentirà alla società di raccogliere fino a 1,15 miliardi di dollari, mentre gli azionisti venditori potranno incassare fino a 780 milioni di dollari, a seconda dell’eventuale esercizio dell’opzione greenshoe. Quest’ultima è una clausola che permette alle banche incaricate del collocamento di vendere ulteriori azioni rispetto a quelle inizialmente previste, se la domanda del mercato risulta particolarmente elevata.

 

La strategia di crescita convince il mercato

Secondo l’amministratore delegato e cofondatore Luca Ferrari, la quotazione rappresenta soprattutto uno strumento per accelerare ulteriormente la crescita del gruppo. In un’intervista a CNBC, Ferrari ha spiegato che la presenza in Borsa offrirà alla società un maggiore potere d’acquisto per continuare la propria strategia di acquisizioni. Bending Spoons avrebbe già individuato oltre mille aziende digitali potenzialmente interessanti, circa la metà delle quali con un fatturato superiore a un miliardo di dollari. Il manager ha inoltre sottolineato come l’adozione dell’intelligenza artificiale abbia aumentato significativamente la produttività dell’azienda, rendendo il modello ancora più scalabile. Sul fronte del debito, Ferrari ha cercato di rassicurare gli investitori spiegando che, pur crescendo attraverso acquisizioni finanziate anche con prestiti, l’indebitamento della società rimane su livelli considerati gestibili. Oggi il debito equivale a 2,19 volte i ricavi annuali: in altre parole, il suo peso è poco più del doppio del fatturato che Bending Spoons realizza in un anno. Secondo il manager, inoltre, la società è nelle condizioni di ripagare integralmente il debito entro cinque anni anche se lo scenario economico dovesse peggiorare.

 

Perché il titolo è sceso il giorno dopo

Dopo un debutto così brillante, la flessione dell’11,28% registrata nella seconda seduta non ha sorpreso molti osservatori. Una parte del calo è riconducibile alle cosiddette prese di profitto. Si tratta di un comportamento frequente sui mercati: alcuni investitori acquistano azioni durante o subito dopo una quotazione con l’obiettivo di rivenderle rapidamente se il prezzo sale in modo significativo, trasformando così il guadagno potenziale in un guadagno effettivo. Quando molti operatori fanno questa scelta contemporaneamente, le vendite aumentano e il prezzo del titolo tende a scendere. Allo stesso tempo, il mercato continua a valutare se Bending Spoons riuscirà a mantenere nel tempo il ritmo di crescita che ha caratterizzato gli ultimi anni. Il modello basato su acquisizioni continue richiede infatti una capacità costante di integrare nuove aziende, migliorarne i risultati e generare risorse sufficienti per finanziare ulteriori operazioni. È proprio su questo equilibrio tra crescita, redditività e sostenibilità finanziaria che gli investitori continueranno a misurare il successo della società nei prossimi trimestri.



Credits immagine IlSole24Ore

Il vero tesoro dell’Africa ha meno di 25 anni, la dipendenza europea dai condizionatori cinesi e il nuovo scisma in Vaticano

L’Africa giovane, crescita o sfida per il futuro economico globale, L’UE vuole riequilibrare il commercio con la Cina ma il caldo spinge l’acquisto di condizionatori cinesi, il Vaticano scomunica la SSPX dopo nuove ordinazioni e riapre lo scisma con i tradizionalisti cattolici.

L’Africa più giovane del mondo: la demografia, il nuovo motore dell’economia?

Mentre gli Stati Uniti celebrano i 250 anni dalla loro indipendenza, alcuni economisti guardano al passato per cercare di capire dove potrebbe nascere la prossima grande potenza economica. E la risposta potrebbe trovarsi nell’Africa subsahariana.

Secondo un’analisi di Morgan Stanley, ripresa da Reuters, nel 1810 circa il 70% della popolazione americana aveva meno di 25 anni. Una popolazione estremamente giovane che, insieme all’apertura del Paese e alla sua capacità di adattarsi ai cambiamenti, contribuì a porre le basi della crescita economica degli Stati Uniti.

Oggi una struttura demografica simile si ritrova in alcuni Paesi dell’Africa subsahariana, come Uganda, Niger, Mali, Somalia e Burundi, dove circa il 70% della popolazione ha meno di 25 anni.

La domanda è inevitabile: questa enorme disponibilità di giovani potrebbe trasformarsi in un vantaggio economico? Non tutti gli economisti ne sono convinti. Il mondo di oggi è molto diverso da quello dell’Ottocento e l’automazione, l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie hanno ridotto il peso della forza lavoro nei processi produttivi.

Uno studio del Centre for Economic Policy Research, firmato anche dal premio Nobel Daron Acemoglu, sostiene infatti che, negli ultimi decenni, i Paesi con tassi di natalità più bassi hanno registrato una crescita maggiore del PIL per lavoratore e salari più elevati. Secondo i ricercatori, la scarsità di giovani spinge imprese e governi a innovare di più, investendo in tecnologie che aumentano la produttività.

In altre parole, la popolazione più giovane del pianeta potrebbe rappresentare una straordinaria opportunità per l’Africa, ma il vero fattore decisivo sarà la capacità di trasformare quel capitale umano in istruzione, occupazione e innovazione.

L’Europa vuole riequilibrare il commercio con Pechino, ma non può fare a meno dei condizionatori cinesi

L’Unione Europea prova a ridurre il suo storico deficit commerciale con la Cina entro ottobre, ma proprio mentre i negoziati entrano nel vivo, l’ondata di calore record che sta colpendo il continente sta alimentando la domanda di condizionatori d’aria, in larga parte prodotti in Cina. Un paradosso che mette in evidenza le difficoltà strutturali del riequilibrio commerciale tra Bruxelles e Pechino.

Secondo Reuters, le due potenze economiche hanno diffuso un raro comunicato congiunto dopo un incontro a Bruxelles, con l’obiettivo di affrontare le tensioni legate agli squilibri commerciali, alle restrizioni all’export e all’accesso ai mercati. È stato inoltre istituito un gruppo di lavoro bilaterale per monitorare i flussi commerciali, con particolare attenzione alle catene di approvvigionamento di terre rare e magneti, materiali strategici per l’industria europea.

Il commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic ha definito “non sostenibile” l’attuale traiettoria degli scambi, evidenziando come le esportazioni cinesi verso l’Europa continuino a crescere mentre la quota europea in Cina si riduce progressivamente. Pechino, dal canto suo, ha ribadito la possibilità di reagire a eventuali nuove misure restrittive dell’UE.

A complicare ulteriormente il quadro è però la dinamica dei consumi. Le temperature eccezionalmente elevate stanno spingendo milioni di cittadini europei all’acquisto di sistemi di raffreddamento, un mercato dominato dai produttori asiatici. In Europa la penetrazione dei condizionatori resta intorno al 20% delle famiglie, contro quasi il 90% negli Stati Uniti, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia.

Il settore è infatti saldamente in mano ai produttori cinesi e asiatici: marchi come Midea, Gree e Haier detengono insieme circa un terzo del mercato europeo al dettaglio, mentre nessun produttore europeo figura tra i primi cinque operatori del settore. Tra i casi più emblematici figura il sistema portatile “PortaSplit” di Midea, progettato specificamente per adattarsi alle normative edilizie europee e aggirare vincoli come il divieto di modifiche alle facciate.

Il deficit commerciale dell’Unione Europea con la Cina ha raggiunto i 360 miliardi di euro nel 2024, con tutti i 27 Stati membri in disavanzo, e ha continuato a crescere anche nel primo trimestre dell’anno, toccando i livelli più alti dal 2022.

Gli analisti sottolineano come, nonostante le dichiarazioni politiche, Pechino non abbia finora assunto impegni concreti per ridurre lo squilibrio commerciale. Bruxelles si trova così a dover bilanciare due esigenze sempre più in tensione: proteggere la propria base industriale e, allo stesso tempo, soddisfare una domanda interna crescente di beni a basso costo provenienti dalla Cina.

Vaticano, nuovo scisma con la Società San Pio X: scomunicati sacerdoti e fedeli

La Società San Pio X (SSPX) torna al centro della scena dopo che il Vaticano ha dichiarato in scisma e scomunicato sacerdoti e fedeli del movimento in seguito alla consacrazione di quattro nuovi vescovi senza l’approvazione di Papa Leone. Si tratta di una frattura che riapre una delle pagine più delicate della storia recente della Chiesa cattolica.

Fondata nel 1970 in Svizzera dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, la SSPX nacque in opposizione alle riforme introdotte dal Concilio Vaticano II, ritenute troppo aperte alla modernità. Il movimento, che prende il nome da Papa Pio X, difende una visione tradizionalista del cattolicesimo, promuove la celebrazione della Messa tridentina in latino e critica il dialogo con le altre confessioni religiose avviato dal Concilio.

Secondo i dati pubblicati dalla stessa organizzazione e ripresi da Reuters, al novembre 2025 la fraternità contava 1.482 membri, tra cui 733 sacerdoti e 264 seminaristi provenienti da circa 50 Paesi, con una forte presenza in Francia e negli Stati Uniti. La sede centrale si trova a Menzingen, in Svizzera, mentre il principale seminario è a Écône, dove sono avvenute le recenti consacrazioni episcopali.

Non è la prima volta che la SSPX entra in rotta di collisione con Roma. Nel 1988 Lefebvre consacrò quattro vescovi senza il consenso di Giovanni Paolo II, provocando uno scisma e la scomunica sua e dei nuovi vescovi, nella più grave frattura della Chiesa cattolica dai tempi della controversia sull’infallibilità papale nel XIX secolo. Negli anni successivi Benedetto XVI tentò una riconciliazione, liberalizzando la Messa in latino e revocando nel 2009 la scomunica ai quattro vescovi ancora in vita, senza però riuscire a sanare le divergenze dottrinali. Anche Papa Francesco aveva compiuto alcuni gesti di apertura, autorizzando i sacerdoti della SSPX ad amministrare validamente il sacramento della confessione, ma la nuova consacrazione di quattro vescovi senza il consenso pontificio ha riportato il conflitto al punto di rottura.

La società del sospetto: cosa raccontano i commenti sui social sulla crisi della fiducia

C’è un dato che riguarda l’Italia e che, francamente, non è motivo di orgoglio. Arriva da uno dei più autorevoli centri di ricerca internazionali sulla fiducia sociale. Ne parleremo tra poco.

Prima, però, parto da un’osservazione personale.

 

Un esperimento involontario 

Mi sono imbattuta in un post statunitense che raccontava la storia di un senzatetto americano. Migliaia di persone avevano commentato con frasi come: «Ce la farai». Oppure: «Come posso aiutarti?».

Per curiosità ho cercato storie simili pubblicate in Italia.

Anche qui migliaia di commenti.

Ma il tono era molto diverso.

«Se l’è cercata.»

«Anch’io ho problemi e non mi lamento.»

«Ci sarà sotto qualcosa.» E altre amenità. 

Di fronte a post che raccontavano situazioni analoghe, di povertà e fatiche, ho intercettato dunque diffidenza, in Italia, sarcasmo e sospetto. Non è la prima volta. È solo una mia impressione? O esiste il fenomeno delle culture che in qualche modo insegnano anche quali emozioni è lecito esprimere pubblicamente? 

Una precisazione: i social non rappresentano la società nella sua interezza.  Sono una vetrina deformante, una messa in scena parziale della realtà. Esistono ogni giorno migliaia di gesti di solidarietà che non finiscono in un post né in un reel.

Eppure, una domanda  a me, è rimasta. 

Perché, davanti a storie simili, culture diverse sembrano autorizzare emozioni diverse?

Quando qualcuno racconta una caduta, la nostra comunità- se ancora ha senso definirla così – premia  il disincanto mentre altre società premiano la compassione. Non parlo dei governi, ma dei gruppi di cittadini. 

 

Non è un problema di emozioni ma di incitamento reciproco 

Ed è qui che entra in gioco la ricerca sociale.

Negli ultimi anni psicologi, sociologi e studiosi della comunicazione hanno iniziato a chiedersi non tanto che cosa pensiamo online, ma quali emozioni vengono premiate.

William Brady, dell’Università di Yale, ha dimostrato che i social non inventano da zero i comportamenti morali. Li amplificano. Quando rabbia, sarcasmo o indignazione ricevono like, condivisioni e approvazione sociale, diventano progressivamente il modo “giusto” di partecipare alla conversazione pubblica.

Non è vero che i social ci insegnano che cosa pensare.

Ci insegnano quali emozioni conviene mostrare. Infatti, spesso, le persone, affrontate faccia a faccia, ritrattano tutte le loro affermazioni e chiedono scusa.

La psicologa di Stanford Jeanne Tsai studia da anni un altro aspetto decisivo. Le culture non differiscono soltanto per lingua, religione o tradizioni. In un articolo intitolato “ I valori culturali plasmano i social media”  lei racconta, dati alla mano,  come in alcune culture si valorizzano entusiasmo ed espressione aperta dei sentimenti. 

Altre invece valorizzano maggiormente il controllo, il distacco e la prudenza.

Ad esempio, se negli Stati Uniti i contenuti più contagiosi sono quelli caratterizzati da rabbia e indignazione, le strategie contro la disinformazione dovrebbero concentrarsi soprattutto su questo tipo di messaggi”. 

Una delle frasi più citate di un altro famoso articolo, pubblicato su The Atlantic proprio su questo tema è “La rabbia condivisa è entusiasmante” 

Questa intuizione trova una conferma sorprendente nei dati sulla fiducia. La scelta di ciò che una comunità mostra in pubblica è legata a doppio filo con la fiducia nelle istituzioni o nelle élite,  in generale.

El País, commentando l’ultimo Edelman Trust Barometer, scrive che «la sfiducia è diventata il nuovo istinto predefinito». “ll 70% delle 37.500 persone intervistate in 28 Paesi dichiara di non essere disposto a fidarsi di qualcuno che abbia valori, esperienze di vita o informazioni diverse dalle proprie.”

Il quotidiano spagnolo introduce il concetto di “insularità”. In che senso?  L’insularità è il fenomeno per cui le persone di una determinata società si rifugiano in comunità che la pensano allo stesso modo e guardano con crescente sospetto chi appartiene a un altro gruppo. È la progressiva erosione del “noi”.

La radice del fenomeno è anche economica: l’inflazione, la potenziale perdita di posti di lavoro a causa dell’intelligenza artificiale sono ora i fattori più corrosivi che minano la fiducia. Si è passati dall’allarme alla rabbia e poi a una cupa acquiescenza e all’isolamento”, avverte l’articolo. 

Ed è qui che compare l’Italia. Perché c’è una differenza tra Paese e Paese. Ed è stata indagata e misurata.

 

La geografia del sospetto 

Secondo il Pew Research Center, il nostro Paese occupa l’ultimo posto del campione considerato, in termini di per fiducia interpersonale. La Danimarca guida la classifica: l’86% dei cittadini ritiene che, in generale, ci si possa fidare degli altri. 

Ci sono poi dieci Paesi, tra cui Paesi Bassi, Canada, Svezia, Australia e Regno Unito, in cui circa sette persone su dieci — o anche di più — ritengono che la maggior parte delle persone sia degna di fiducia.

La situazione è più equilibrata in Francia, dove il 50% degli intervistati ritiene che ci si possa fidare della maggior parte delle persone. L’Italia è invece l’unico Paese in cui meno della metà degli intervistati esprime questa convinzione.

Solo il 43% ritiene che, in generale, la maggior parte delle persone sia degna di fiducia. 

Si capisce come questo dato abbia a che fare anche coi commenti sui social. Sono il linguaggio di una cultura che ha progressivamente sostituito l’idealismo con il sospetto.

«Non farti illusioni.»

«Dietro ogni storia c’è un interesse.»

«Nessuno regala niente.»

Non sono soltanto frasi.

 

Il prezzo dell’erosione della fiducia

Quando la fiducia si erode, si erode anche il beneficio del dubbio che concediamo a uno sconosciuto quando scegliamo di credere, almeno per un momento, alla sua storia.

Se non abbiamo fiducia negli altri, ovvio che ogni racconto ci sembra una manipolazione, ogni successo un privilegio.

Ed è forse per questo che il cinismo finisce per sembrare una forma di intelligenza.

Il problema non è Facebook. O almeno, non solo. 

Il problema è una società che, quando qualcuno cade, prima ancora di chiedersi come aiutarlo, si chiede se lo sia meritato.

Il meccanismo che può diventare molto pericoloso per la democrazia, perché la frustrazione e la perdita di fiducia, spinge verso società punitive e senza compassione, 

Quando una comunità smette di concedere agli altri il beneficio del dubbio, prima o poi smette di concederlo anche al futuro e alla possibilità di utilizzare l’immaginazione per costruire, insieme, un mondo migliore.