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SpaceX fa di nuovo Musk trilionario: cosa c’è dietro il rally

Elon Musk è tornato a essere un trilionario. Non significa che abbia mille miliardi di dollari sul conto corrente, ma che il valore complessivo delle sue partecipazioni e degli altri beni ha nuovamente superato quota 1.000 miliardi di dollari. A riportarlo sopra quella soglia è stata soprattutto SpaceX, che lunedì 5 ottobre ha guadagnato il 7,63% al Nasdaq, chiudendo a 171,09 dollari. Secondo Forbes, il patrimonio di Musk è così salito a circa 1.046 miliardi, contro i 981 miliardi della fine della settimana precedente. Il titolo ha poi restituito parte del rialzo e giovedì ha chiuso a 160,57 dollari, ma il movimento resta uno dei casi di Borsa della settimana. Perché dietro la corsa di SpaceX non c’è soltanto l’entusiasmo per i razzi: gli investitori stanno iniziando a valutare la società di Musk come un gruppo che vuole mettere insieme spazio, telecomunicazioni e intelligenza artificiale.

 

Morgan Stanley vede SpaceX a 300 dollari

A innescare il rally di lunedì è stata soprattutto Morgan Stanley. La banca d’affari ha confermato il giudizio positivo sul titolo e un prezzo obiettivo di 300 dollari, cioè il livello che secondo i suoi analisti le azioni potrebbero raggiungere. Rispetto alla chiusura di lunedì, significava un potenziale rialzo di circa il 75%. A prima vista SpaceX non sembra affatto economica. La società vale oltre 2.000 miliardi di dollari, una cifra enorme rispetto ai profitti che oggi riesce a generare. Morgan Stanley sostiene però che il prezzo possa avere senso se nei prossimi anni gli utili cresceranno molto grazie a Starlink, Starship e ai nuovi progetti legati all’intelligenza artificiale. Il punto è proprio questo: Wall Street non sta pagando soltanto quello che SpaceX guadagna oggi, ma quello che potrebbe diventare domani.

 

Starship può cambiare i costi dei viaggi spaziali

Uno dei principali elementi su cui punta Morgan Stanley è Starship, il gigantesco razzo di nuova generazione sviluppato da SpaceX. La differenza rispetto ai razzi tradizionali è fondamentale. SpaceX vuole rendere riutilizzabili sia il primo sia il secondo stadio, cioè recuperare le parti principali del veicolo invece di perderle dopo ogni missione. Se l’obiettivo sarà raggiunto, il costo di ogni lancio potrebbe diminuire sensibilmente e SpaceX potrebbe aumentare il numero di missioni senza dover costruire quasi da zero un nuovo razzo ogni volta. Nei precedenti test la parte superiore di Starship è stata fatta ammarare nell’oceano. Il prossimo passaggio sarà dimostrare che può essere recuperata e riutilizzata. Per Morgan Stanley un successo nel prossimo volo di prova potrebbe rappresentare uno dei maggiori catalizzatori per il titolo dai tempi della quotazione di giugno.

 

Starlink vuole diventare anche un operatore telefonico

Ma la notizia forse più importante per capire dove vuole arrivare SpaceX è arrivata giovedì. La società ha raggiunto un accordo per acquistare un portafoglio nazionale di frequenze wireless nella banda degli 800 MHz. Le frequenze sono, in termini semplici, lo spazio attraverso cui viaggiano i segnali delle reti mobili. Quelle acquistate da SpaceX sono particolarmente utili perché riescono a coprire grandi distanze e a penetrare meglio attraverso muri, alberi e altri ostacoli. L’obiettivo è rafforzare Starlink Mobile, il progetto che punta a collegare direttamente i normali smartphone ai satelliti. Se funzionasse su larga scala, SpaceX non sarebbe più soltanto un fornitore di internet satellitare nelle zone difficili da raggiungere: potrebbe trasformarsi in un concorrente diretto degli operatori mobili tradizionali. Il mercato ha colto immediatamente il rischio. Nell’after-hours di giovedì, cioè negli scambi che avvengono dopo la chiusura ufficiale di Wall Street, dopo l’annuncio AT&T, Verizon e T-Mobile hanno perso circa il 6%, mentre SpaceX ha recuperato oltre il 2%.

 

Altri 40 miliardi per entrare nella corsa all’AI

SpaceX sta intanto preparando un’altra scommessa gigantesca. La società è in trattative per raccogliere 40 miliardi di dollari destinati all’acquisto di chip Nvidia per l’intelligenza artificiale: circa 10 miliardi attraverso prestiti bancari e altri 30 miliardi tramite obbligazioni. È una cifra enorme e mostra quanto si stiano allargando le ambizioni del gruppo. SpaceX non vuole più essere valutata soltanto sulla base dei lanci spaziali e di Starlink. Musk punta anche sulla capacità di calcolo necessaria per addestrare e utilizzare sistemi di intelligenza artificiale. Il rovescio della medaglia è evidente: più cresce il progetto, più aumenta il capitale necessario per finanziarlo. E con tassi di interesse elevati, raccogliere decine di miliardi attraverso il debito diventa costoso.

 

Da 135 a 171 dollari, ma il mercato pretende risultati

SpaceX si è quotata a giugno a 135 dollari per azione. Dopo aver toccato livelli superiori a 225 dollari, il titolo ha perso terreno durante l’estate prima di tornare protagonista nelle ultime sedute. Tra venerdì 2 e lunedì 5 ottobre ha guadagnato complessivamente oltre il 15% (dell’andamento post quotazione dei colossi del tech abbiamo parlato anche qui). Il ritorno di Musk sopra i mille miliardi fotografa quindi bene l’euforia che ancora accompagna il gruppo, ma anche la sua dipendenza dalle aspettative. Dopo il picco di lunedì, SpaceX ha infatti perso terreno nelle tre sedute successive. E i rischi non mancano. Starship deve ancora dimostrare la piena riutilizzabilità, la corsa all’AI richiede investimenti enormi e l’espansione internazionale di Starlink continua a scontrarsi con ostacoli regolatori, come dimostrano le tensioni degli ultimi giorni in India. Il caso SpaceX nasce proprio da questo contrasto: il mercato sta attribuendo un valore enorme a ciò che l’azienda potrebbe diventare, mentre molte delle scommesse decisive devono ancora essere vinte.



 

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San Francisco mette in pausa i data center, un miliardo al giorno di deficit per Europa-Cina e i gatti fanno crescere il mercato del pet care

San Francisco frena sui data center, l’UE cerca di ridurre il deficit commerciale con la Cina e negli Usa cresce la spesa per i gatti.

San Francisco ha approvato una moratoria di 45 giorni sui nuovi data center

San Francisco, simbolo della rivoluzione dell’intelligenza artificiale, mette un freno alle infrastrutture che ne alimentano la crescita. Il Board of Supervisors ha approvato all’unanimità una moratoria di 45 giorni sui nuovi data center, bloccando le autorizzazioni per nuove strutture e per l’espansione di quelle esistenti.

La pausa servirà alla città per valutare l’impatto dei data center su consumi energetici e idrici, qualità dell’aria, uso del territorio e comunità locali. Il provvedimento potrebbe essere esteso fino a 22 mesi e aprire la strada a regole permanenti.

La decisione arriva mentre la corsa globale all’intelligenza artificiale sta facendo esplodere la domanda di infrastrutture. I data center richiedono infatti enormi quantità di elettricità e acqua per alimentare e raffreddare i server. E la questione non riguarda più soltanto San Francisco: anche Oakland ha approvato una moratoria di 45 giorni, mentre altre città stanno valutando come gestire l’espansione del settore.

Il caso californiano mette così in evidenza uno dei nodi della nuova economia dell’AI: la tecnologia corre, ma la capacità fisica di sostenerla deve tenere il passo. E per questo energia, reti elettriche e infrastrutture stanno diventando una parte sempre più importante della partita sull’intelligenza artificiale.

Europa-Cina, il deficit commerciale supera 1 miliardo al giorno

L’Unione europea prova a riequilibrare i rapporti commerciali con la Cina, mentre il deficit negli scambi di beni ha superato 1 miliardo di euro al giorno. Nel 2025 l’UE ha importato dalla Cina beni per 559,4 miliardi di euro, a fronte di esportazioni per 199,6 miliardi: il disavanzo ha raggiunto 359,8 miliardi di euro, secondo Eurostat.

Il tema è al centro dei colloqui che il commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič sta conducendo a Pechino con il ministro cinese Wang Wentao. Bruxelles chiede un maggiore accesso delle imprese europee al mercato cinese e misure per contenere alcune esportazioni cinesi verso l’Europa.

A preoccupare sono soprattutto i settori industriali: nell’ultimo anno le importazioni europee di ibride plug-in dalla Cina sono aumentate dell’86%, mentre quelle di auto elettriche del 40%. I colloqui arrivano alla vigilia del Consiglio europeo del 15-16 ottobre, quando i rapporti commerciali con Pechino saranno tra i temi sul tavolo.

I proprietari di gatti spendono di più: le vendite di cibo e di altri prodotti destinati ai felini in crescita

Negli Stati Uniti i consumatori stringono la cinghia, ma non quando si tratta dei loro gatti. Le vendite di alimenti e prodotti dedicati ai felini stanno accelerando, tanto che, come riporta Cnbc, General Mills, Chewy e Petco hanno indicato il segmento come uno dei punti di forza delle loro attività. A soffrire, invece, è il mercato dei prodotti per cani.

Il fenomeno riflette anche un cambiamento nelle abitudini delle famiglie americane. Secondo l’American Pet Products Association, nel 2025 il numero di famiglie proprietarie di un gatto è aumentato del 5%, arrivando a circa 53 milioni, dopo il balzo del 23% registrato nel 2024. Tra le ragioni ci sono costi e gestione più semplici rispetto ai cani, oltre alla maggiore adattabilità alla vita in appartamento.

I numeri delle aziende confermano la tendenza. General Mills ha registrato una crescita a doppia cifra delle vendite di cibo per gatti, mentre quelle di alimenti per cani sono scese di una percentuale nell’ordine della singola cifra alta. Anche Chewy ha segnalato un rafforzamento del business legato ai gatti a fronte di un peggioramento di quello dei cani.

Petco ha invece evidenziato la buona performance di alimenti, integratori, cucce e arredi per gatti, sostenuta anche dal lancio di nuovi prodotti.

Per le aziende del settore non è però soltanto una questione di preferenze. General Mills sottolinea che la debolezza del mercato dei cani richiede di ripensare prodotti, confezioni e marketing. Ma il messaggio più interessante è un altro: mentre il cane perde terreno nelle nuove adozioni, il gatto conquista spazio anche nei bilanci del pet care.

Foto Credits: Foto di uluer servet yüce da Pixabay

La tua solitudine è il loro business. Chi facciamo entrare nelle nostre teste e nelle nostre case

Gli idoli dei ragazzi che mai ti aspetteresti.

Se ti capita di camminare in uno dei centri commerciali di Shandong o di altre città cinesi, potresti imbatterti in gruppi di ragazzi che si fanno le foto di fronte ad alcuni giganteschi cartelloni  di giganteschi volti. Quello che potrebbe sorprenderti è che i signori ritratti sui grandi schermi e che generano tanto entusiasmo, non sono nè idoli del rap né delle serie televisive, tantomeno indossatori o sportivi o influencer. Al posto di brand e celebrità varie sono comparsi scienziati, ricercatori, premi Nobel.

I loro nomi sono Qian Xuesen, Tu Youyou e Yuan Longping, per fare qualche esempio. Il primo è considerato uno dei padri del programma missilistico e spaziale cinese; Tu Youyou ha scoperto l’artemisinina contro la malaria, e questo le è valso il Nobel per la Medicina nel 2015; Yuan Longping è stato il pioniere del riso ibrido, decisivo per aumentare la produzione alimentare cinese.

Quindi si è accantonato lo spirito commerciale del luogo dove appaiono, per far sì che i meritevoli della scienza non vivano solo nei libri di testo, ma esistano anche nella vita quotidiana. People’s Daily Online, che il 14 settembre ha titolato significativamente “In China, scientists get the celebrity treatment”.

L’obiettivo di questa iniziativa è “rendere il rispetto per la scienza e per coloro che costituiscono la spina dorsale della nazione una norma sociale”, si legge in uno degli articoli che ne parla.

 

Rendere qualcuno visibile vuol dire creare un modello

L’idea ha contagiato altri centri commerciali che hanno aderito spontaneamente, arrivando fino in Mongolia. Un gesto apparentemente simbolico che pone però una domanda molto concreta: chi decidiamo di rendere visibile, e quindi desiderabile per le giovani generazioni?

Un gesto pregevole, che finora non è stato copiato, in Occidente, ma che si avvicina a uno dei miei sogni: vedere le strade della città intitolate a medici, a oncologi e a persone che salvano le vite, non a generali e artefici della guerra. Quindi articoli che hanno colpito non solo me, ripresi un po’ ovunque, così come i vari pezzi sui rischi dell’intelligenza artificiale, altro filone prolifico che alimenta commenti a non finire sulla stampa ad ogni latitudine.

 

Un libro dal titolo che spiega tutto

Rispetto ai fiumi di inchiostro che si spandono per analizzare l’intelligenza artificiale, i suoi rischi, annessi e connessi, c’è un libro che ha il merito di centrare una questione che invece  passa sotto traccia, a partire già dall’azzeccatissimo titolo.

Serena Mazzini ha scritto La tua solitudine è il nostro business.  Come per i centri commerciali in Cina e altrove, esiste uno spazio che si può occupare anche nel privato.

 

Dai cartelloni alle confessioni

ChatGPT, Claude, Gemini erano stati presentati come assistenti. Dovevano aiutarci a scrivere, tradurre, cercare, risolvere problemi. Poi però è successa un’altra cosa. Dal 2024 in avanti sono diventati sempre più “confessionali”. Gli utenti hanno cominciato a raccontarsi e le aziende hanno assecondato sempre di più questa tendenza, perché hanno compreso la portata del potenziale commerciale di questo universo.

Ed ecco che il loro linguaggio li ha resi sempre più empatici, più disposti ad accompagnare l’utente anche quando smette di chiedere una soluzione pratica e comincia invece a raccontarsi. “L’intimità non è più un effetto collaterale del progresso tecnologico, ma una scelta di design digitale, compiuta quando l’azienda decide come il sistema deve parlare agli utenti delle chat”, scrive la Mazzini a pagina 37. Quindi non hai più uno strumento o un segretario che ti aiuta nei noiosi compiti burocratici, ma “qualcuno che vive accanto a te”.

 

Non si tratta più di catturare la nostra attenzione

Ecco che il business delle piattaforme, che ancora viene raccontato come un business dell’attenzione, in realtà è diventato tutt’altro, è andato oltre. Internet, o i social, lottavano tra loro nella competizione per la nostra attenzione, per trattenerci il più possibile, farci cliccare, guardare, scorrere. Più click, o più like, o più tempo trascorso davanti a uno schermo significava più dati, più pubblicità, più denaro.

Qui invece si apre un mercato diverso, quello dell’intimità. Perché un conto è sapere che scarpe compriamo o che video guardiamo. Un altro è sapere che cosa ci preoccupa, chi ci manca, quando siamo soli, che rapporto abbiamo con i nostri figli o con i nostri genitori. Sono informazioni molto più profonde. E quindi, potenzialmente, molto più preziose.

 

Il peluche che sostituisce gli umani troppo indaffarati

Il Guardian, per esempio, ha raccontato il caso di Grem, un peluche con intelligenza artificiale che conversa con i bambini, ricorda quello che gli dicono e costruisce una relazione sempre più personalizzata.

Il bambino pensa di parlare con un giocattolo. Ma quel giocattolo non è la versione più moderna dell’antico Ciccio Bello, che molti di voi ricorderanno. È un giocattolo che impara dal bambino: ascolta, registra, trascrive.

Ecco che la stanza dei bambini è anche un luogo dove si producono dati.

Il Washington Post sottolinea che in questo caso non stiamo più parlando soltanto di privacy digitale: stiamo parlando della possibilità che proprio i soggetti più fragili producano informazioni mentre credono semplicemente di stare giocando.

 

Le nipotine per anziani soli ricreate dall’intelligenza artificiale

All’altro estremo della vita succede qualcosa di simile, con gli anziani. In Corea del Sud e in buona parte dell’Asia spopolano le bambole Hyodol, utilizzate per fare compagnia agli anziani che vivono soli.

Ricordano loro di prendere le medicine, fanno domande, possono segnalare situazioni di disagio. Alcuni modelli hanno le forme di una nipotina di sette anni e la stessa voce. Servono, sono utili e costano circa 900 dollari, infinitamente meno di un assistente sociale. Entrano nelle case perché rispondono a un bisogno reale. E una volta entrate ascoltano, registrano, mandano dati.

 

Più soli siamo più siamo monetizzabili

La solitudine, la fragilità, sono delle materie prime che generano profitti e sono più preziose di oro e petrolio.

Ma c’è un aspetto di cui non siamo consapevoli quando cediamo così disinvoltamente parte della nostra vita emotiva a chi la trasforma in dati per generare profitto: mentre un essere umano, un parente, un assistente sociale o uno psicologo in carne e ossa ci ascoltava nel momento del bisogno con l’obiettivo di spingerci fuori dal disagio, la macchina non ha alcun interesse a farlo.

Più siamo soli, più parliamo, più ci confidiamo, più generiamo dati; dunque, le nostre emozioni sono monetizzabili e generano profitto, rigorosamente per altri. Mentre le regolamentazioni tardano a diventare realtà, e tutto è lasciato in mano alle aziende, che ogni tanto tirano il freno a mano solo quando ci scappa il morto, la richiesta è che il danno emotivo deve essere considerato una responsabilità di chi produce. E il Guardian ha usato una formula significativa dopo le prime sconfitte giudiziarie di Meta: “accountability has arrived”, osservando che si sta aprendo per le piattaforme una fase paragonabile, per certi aspetti, a quella affrontata dall’industria del tabacco.

In Cina si discute su quali volti mettere davanti agli occhi delle giovani generazioni. Forse noi dovremmo cominciare a chiederci, con la stessa attenzione, a chi stiamo permettendo di entrare nelle stanze dei nostri figli e nipoti.



 

 

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Accenture, l’AI doveva rendere inutile la consulenza: perché Wall Street ha fatto marcia indietro

Per mesi l’intelligenza artificiale è stata vista come una possibile minaccia per società come Accenture. Se un algoritmo può scrivere codice, analizzare dati e automatizzare attività che prima richiedevano eserciti di consulenti, il timore era semplice: che bisogno avranno ancora le aziende di pagare gruppi di consulenza tecnologica? Giovedì 1° ottobre Wall Street ha dato, almeno per ora, una risposta molto diversa. Accenture ha chiuso in rialzo del 15,8%, dopo aver pubblicato conti migliori delle attese e soprattutto previsioni positive per il nuovo esercizio. La vera sorpresa è che l’AI, da possibile distruttrice del suo business, sta diventando uno dei motivi per cui i clienti chiedono ancora più aiuto ad Accenture.

 

Da possibile vittima dell’AI a beneficiaria

Accenture aiuta aziende e pubbliche amministrazioni a trasformare i propri sistemi informatici, organizzare dati, adottare nuove tecnologie e gestire in modo continuativo parte delle attività digitali. Ed è proprio qui che l’intelligenza artificiale sta creando una nuova domanda. Le imprese possono acquistare direttamente modelli e software AI, ma inserirli davvero nei processi aziendali è molto più complicato. Bisogna collegarli ai dati interni, modificare procedure e sistemi, garantire sicurezza e controlli e formare i dipendenti. In altre parole, la tecnologia che sembrava destinata a rendere meno necessaria la consulenza sta creando nuovi problemi che richiedono consulenza. È questa la “rivincita” premiata dal mercato. Prima della seduta di giovedì il titolo Accenture aveva perso circa un terzo del suo valore dall’inizio dell’anno, proprio mentre cresceva il timore che l’AI potesse comprimere prezzi, occupazione e ricavi dell’intero settore. I risultati hanno costretto gli investitori a rimettere in discussione quella lettura.

 

I numeri battono le attese

Nel quarto trimestre Accenture ha registrato ricavi per 18,68 miliardi di dollari, contro 17,60 miliardi dello stesso periodo dell’anno precedente e sopra le attese del mercato. L’utile netto è salito a 1,99 miliardi, da 1,41 miliardi, mentre l’utile per azione ha raggiunto 3,29 dollari, superando i 3,18 attesi dagli analisti. La crescita non è arrivata da una sola attività. I ricavi della divisione Consulting sono saliti a 9,28 miliardi di dollari, mentre quelli dei Managed Services, cioè i servizi con cui Accenture gestisce continuativamente attività e sistemi per conto dei clienti, hanno raggiunto 9,40 miliardi. Ancora più importante per capire ciò che può succedere nei prossimi trimestri sono le nuove prenotazioni, salite del 4% a 22,17 miliardi di dollari. Accenture ha inoltre firmato 141 nuovi contratti da almeno 100 milioni ciascuno, un record per il gruppo. “Abbiamo concluso un altro anno di crescita diffusa in tutte le nostre aree di attività”, ha spiegato l’amministratore delegato Julie Sweet.

 

La guidance cambia la storia

Ma a far scattare davvero il titolo è stata soprattutto la guidance, cioè le previsioni fornite dalla società per il nuovo esercizio. Accenture si aspetta per il 2027 una crescita dei ricavi compresa tra il 3% e il 6% e un utile per azione tra 14,39 e 14,81 dollari. Per il solo primo trimestre prevede ricavi tra 18,95 e 19,60 miliardi. Numeri che non descrivono una società travolta dall’AI. Al contrario, suggeriscono che la domanda delle aziende per trasformare sistemi e processi continua a reggere. Il rialzo di Accenture ha infatti trascinato anche altri gruppi della consulenza e dei servizi informatici. Il mercato non ha premiato soltanto una trimestrale: ha rivalutato la possibilità che l’AI rappresenti un’opportunità per l’intero settore, anziché semplicemente una minaccia.

 

La minaccia, però, non è sparita

La rivincita non significa che il problema sia risolto. L’intelligenza artificiale può comunque automatizzare parte del lavoro tradizionalmente svolto dai consulenti, soprattutto le attività più ripetitive. Accenture ha già indicato che in diverse aree i clienti stanno chiedendo di condividere i risparmi ottenuti grazie all’AI, esercitando quindi pressione sui prezzi dei servizi. Anche il modello del settore potrebbe cambiare. Per anni la consulenza ha guadagnato anche mettendo grandi gruppi di persone al lavoro su un progetto. Se l’AI permette di ottenere lo stesso risultato con meno dipendenti, i clienti potrebbero essere meno disposti a pagare in base al numero di consulenti impiegati e chiedere invece compensi legati ai risultati ottenuti. Accenture deve quindi dimostrare due cose contemporaneamente: utilizzare l’AI per diventare più efficiente e convincere i clienti a pagarla per aiutarli a fare lo stesso.

 

La rivincita deve ancora diventare duratura

La seduta di giovedì ha mostrato quanto pessimistiche fossero diventate le aspettative. Quando una società delle dimensioni di Accenture guadagna quasi il 16% in un giorno dopo i conti, significa che il mercato non aveva semplicemente sottovalutato qualche milione di ricavi: stava mettendo in discussione l’intero futuro del suo modello di business. Per ora i numeri dicono che la consulenza tecnologica non sta diventando inutile. Anzi, più l’AI entra nelle aziende, più queste hanno bisogno di qualcuno che sappia integrarla nei sistemi esistenti. È questa la vera rivincita di Accenture. L’intelligenza artificiale resta una minaccia per una parte del lavoro tradizionale, ma sta contemporaneamente creando un nuovo mercato per chi sa aiutare le imprese a utilizzarla. Dopo mesi passati a temere che l’AI avrebbe tolto lavoro ai consulenti, Wall Street ha iniziato a chiedersi se non possa invece essere proprio l’AI a dare ad Accenture il prossimo motore di crescita.



 

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La Spagna protesta per gli affitti, in UK crisi del fish & chips, in Germania è “guerra” della birra all’Oktoberfest

In Spagna gli affitti alimentano la protesta, nel Regno Unito il caro-fish & chips mette in crisi i chippies, mentre in Germania l’Oktoberfest sfiora i 16 euro a litro.

Spagna, il caro-affitti porta le tende in piazza

A Madrid la protesta contro il caro-affitti si è trasformata in un vero accampamento nel cuore della città. Da giorni centinaia di persone dormono in tende a Puerta del Sol, chiedendo al governo nuove misure contro l’emergenza abitativa.

A far esplodere la mobilitazione è stata la storia di María del Carmen Abascal, 87 anni, sfrattata dall’appartamento in cui viveva da oltre 70 anni. Le immagini del suo allontanamento hanno fatto il giro del Paese e trasformato il suo caso nel simbolo della protesta. Dopo le manifestazioni, la società immobiliare ha raggiunto un accordo che le permetterà di tornare nella sua casa.

Ma il problema va oltre il singolo caso. Gli affitti in Spagna sono quasi raddoppiati nell’ultimo decennio, mentre l’offerta di abitazioni non tiene il passo con la domanda. Migliaia di persone chiedono così maggiori tutele per gli inquilini e un intervento strutturale sul mercato della casa.

Il governo ha approvato misure per estendere fino al 2030 la protezione dagli sfratti degli inquilini vulnerabili e introdurre nuove garanzie sui contratti. Ora la parola passa al Parlamento.

In Gran Bretagna il fish & chips è sempre più caro: e i chippies sono in crisi

Il fish & chips rischia di diventare un lusso anche in Gran Bretagna. Il prezzo medio di una porzione da asporto è salito a 11,43 sterline, oltre il 60% in più rispetto a cinque anni fa. Per una famiglia di quattro persone il conto sfiora ormai le 50 sterline, e i clienti hanno iniziato a ridurre le visite.

A pesare sono soprattutto i costi delle materie prime. Il prezzo del merluzzo è aumentato drasticamente: per una confezione da 18 chili di filetti, racconta al Guardian Andrew Crook, presidente della National Federation of Fish Friers, si è passati da circa 160 a 330 sterline in tre anni. Nel frattempo sono aumentati anche energia, patate, olio, salari e costi fiscali.

Il risultato è che il 47% dei gestori dei chippies si dice estremamente preoccupato per il futuro e circa uno su cinque pensa di lasciare il settore entro un anno. Nel caso del Plaice Station, nel Cheshire, i margini sono diventati così ridotti che i proprietari hanno scelto di chiudere dopo 19 anni.

Ma il tradizionale negozio di fish & chips non è necessariamente destinato a scomparire: alcuni stanno cambiando menu, puntando su pesci meno costosi o su formule più moderne, mentre altri scommettono proprio sulla qualità per conquistare una nuova generazione di clienti.

Oktoberfest, la birra costa quasi 16 euro. E scoppia la “guerra” dei birrifici

All’Oktoberfest anche quest’anno il brindisi non è a buon mercato: una Maß, il tradizionale litro di birra, costa in media 15,61 euro, con prezzi che arrivano a 15,90 euro nei tendoni più cari. È un aumento rispetto ai 15,25 euro dello scorso anno e, secondo un’analisi citata da Deutsche Welle, il prezzo è ormai quasi cinque volte quello del 1985, ben oltre l’inflazione tedesca.

Ma dietro il boccale c’è anche una piccola battaglia economica. All’Oktoberfest possono essere servite soltanto le birre di sei storici birrifici di Monaco: Augustiner, Hacker-Pschorr, Hofbräu, Löwenbräu, Paulaner e Spaten. Il birrificio Giesinger Bräu, nato nel 2006, vorrebbe diventare il settimo e ha avviato una raccolta firme per arrivare a un referendum cittadino. Secondo il Wall Street Journal, a settembre aveva raccolto 21mila delle 35mila firme necessarie.

Il caso riapre così il confronto tra tradizione e concorrenza: per la città le regole servono a proteggere l’identità della festa; i critici contestano invece un sistema che limita l’ingresso di nuovi operatori. Intanto, quest’anno, il conto per brindare alla tradizione è arrivato a quasi 16 euro.

Foto Credits: Foto di Luke Lawreszuk da Pixabay

Volkswagen, fuori dall’Euro Stoxx 50 dopo 28 anni: la crisi industriale arriva anche in Borsa

Dopo 28 anni, finisce un’era per Volkswagen in Borsa. Il gruppo automobilistico tedesco esce dall’Euro Stoxx 50, l’indice che riunisce cinquanta tra le maggiori società quotate dell’Eurozona, di cui faceva parte dal 1998, anno della sua nascita. Al suo posto entrerà la francese Engie, mentre Nokia sostituirà Wolters Kluwer. Per Volkswagen non è soltanto una modifica nella composizione di un indice: l’uscita arriva al termine di un lungo periodo di difficoltà industriali e finanziarie, tra caduta del titolo, margini sotto pressione, profit warning e una ristrutturazione che continua ad allargarsi. Quasi il sigillo borsistico sulla crisi di uno dei simboli dell’industria tedesca.

 

Da membro fondatore all’esclusione

Volkswagen era uno dei componenti originari dell’Euro Stoxx 50. Rimanervi per quasi tre decenni ha significato appartenere stabilmente al gruppo delle principali blue chip europee, cioè le grandi società considerate più rappresentative dei rispettivi mercati. L’esclusione riflette invece il ridimensionamento del peso raggiunto dal gruppo in Borsa. Nel corso del 2026 il titolo ha continuato a perdere terreno, arrivando recentemente sui livelli più bassi degli ultimi 16 anni. Ed è proprio l’andamento della capitalizzazione, cioè del valore complessivo delle azioni della società sul mercato, uno degli elementi che determinano la permanenza nell’indice. L’uscita ha anche una conseguenza concreta. I fondi che replicano automaticamente l’Euro Stoxx 50 devono adeguare i propri portafogli alla nuova composizione e quindi vendere Volkswagen per acquistare i titoli che prendono il suo posto. Non cambia da sola il valore industriale dell’azienda, ma può generare ulteriore pressione sul titolo nel momento del ribilanciamento. Volkswagen ha infatti minimizzato la decisione, sottolineando che “l’inclusione in un indice non altera la solidità fondamentale di un’azienda” e sostenendo di rimanere un investimento interessante. Ma ha anche riconosciuto di essere alle prese con “la trasformazione più significativa” nella storia dell’industria automobilistica.

 

Il profit warning fotografa le difficoltà

A rendere particolarmente simbolica l’esclusione è quanto accaduto soltanto pochi giorni prima. Venerdì 18 settembre Volkswagen ha tagliato le previsioni per il 2026, anche a causa di una svalutazione contabile di circa 6 miliardi di euro legata alla partecipazione in Porsche, destinata a pesare sull’utile operativo del terzo trimestre. Il gruppo prevede ora ricavi per circa 315 miliardi di euro, contro i 321,9 miliardi del 2025. Ancora più evidente è il deterioramento della redditività: il margine operativo sulle vendite, cioè la quota dei ricavi che rimane dopo aver sostenuto i costi dell’attività industriale, è atteso appena all’1%, contro il 2,8% dello scorso anno e soprattutto contro la precedente previsione compresa tra il 4% e il 5,5%. In altre parole, Volkswagen non deve affrontare soltanto una crescita debole: sta guadagnando molto meno su ciò che vende. E questo rende più urgente la riduzione dei costi.

 

La ristrutturazione diventa ancora più profonda

Il problema è infatti industriale prima ancora che borsistico. Thomas Schaefer, responsabile del marchio Volkswagen, ha ammesso che gli interventi concordati nel 2024 non sono stati sufficienti: “non abbiamo assolutamente tempo da perdere”, ha detto ai dipendenti di Wolfsburg annunciando un’ulteriore accelerazione del programma di ristrutturazione. Il gruppo ha previsto altri 50.000 tagli occupazionali nell’ambito del nuovo piano concordato con le parti sociali. Anche Porsche, controllata da Volkswagen, potrebbe intervenire ancora più pesantemente. Secondo Handelsblatt, sono allo studio altri 4.100 tagli per affrontare circa 700 milioni di euro di costi fissi in eccesso, dopo i 5.000 esuberi concordati a luglio e altri 4.000 precedentemente stabiliti. Dietro questi numeri ci sono le difficoltà più ampie dell’industria automobilistica europea: costi elevati, transizione verso l’elettrico e concorrenza sempre più aggressiva dei produttori cinesi, proprio mentre Volkswagen deve sostenere gli investimenti necessari per trasformare la propria gamma e recuperare competitività.

 

L’addio all’indice diventa il simbolo della crisi

È per questo che l’uscita dall’Euro Stoxx 50 pesa più del semplice ribilanciamento di un indice. Volkswagen non smette naturalmente di essere quotata e non scompare dai mercati, ma perde un posto che occupava ininterrottamente dalla nascita dell’indice. La sfida adesso è dimostrare che il ridimensionamento borsistico non sia permanente. Per riuscirci non basterà tagliare posti di lavoro: Volkswagen dovrà recuperare redditività, ridurre i costi e dimostrare di poter competere nella nuova industria dell’auto. Dopo 28 anni, l’addio all’Euro Stoxx 50 fotografa così il punto più delicato della trasformazione di Volkswagen: da simbolo indiscusso dell’industria europea a gruppo costretto a riconquistare anche in Borsa una posizione che per quasi tre decenni sembrava acquisita.



 

Credits: immagine da Pexels

Pininfarina vola del 17,65%, ma per dire addio alla Borsa

Un balzo del 17,65% in una sola seduta, con il titolo arrivato esattamente a 1 euro. Per Pininfarina, però, il rally di giovedì 17 settembre potrebbe rappresentare uno degli ultimi fuochi d’artificio a Piazza Affari. PF Holdings, la società attraverso cui gli indiani di Mahindra controllano già il 78,823% dello storico gruppo torinese, ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto a 1 euro per azione sul restante capitale con un obiettivo dichiarato: togliere Pininfarina dalla Borsa. Il mercato ha fatto immediatamente i conti. Dopo non essere riuscita inizialmente a fare prezzo per eccesso di rialzo, l’azione ha chiuso proprio a 1 euro, adeguandosi praticamente al valore dell’offerta. Un’altra storica azienda italiana si prepara così ad abbandonare Piazza Affari.

 

Un euro per uscire dalla Borsa

L’Opa riguarda 16,66 milioni di azioni, pari al 21,177% del capitale ancora fuori dal controllo di PF Holdings. Se tutti gli azionisti aderissero, l’esborso massimo sarebbe quindi di circa 16,7 milioni di euro. Il prezzo di 1 euro incorpora un premio del 20% rispetto alla quotazione del 15 settembre, l’ultima precedente all’annuncio dell’operazione. Il vantaggio diventa ancora maggiore prendendo come riferimento periodi più lunghi: il premio è del 22% sulla media degli ultimi tre mesi e arriva al 26,9% rispetto a quella degli ultimi sei. È proprio questo che spiega il +17,65% di ieri. Quando viene annunciata un’Opa a un prezzo superiore a quello di Borsa, le azioni tendono rapidamente ad avvicinarsi al valore offerto, perché quello diventa il riferimento per chi le possiede. Il rialzo di Pininfarina non riflette quindi un improvviso miglioramento delle prospettive aziendali, ma il prezzo che Mahindra è disposto a pagare per completarne il controllo.

 

Una storia indiana iniziata dieci anni fa

L’operazione chiude idealmente un percorso iniziato nel 2015, quando Tech Mahindra e Mahindra & Mahindra raggiunsero l’accordo per acquistare il 76,06% di Pininfarina dalla famiglia fondatrice attraverso PF Holdings. Il passaggio effettivo del controllo si completò nel 2016. Allora gli indiani pagarono 1,10 euro per azione per la partecipazione di controllo. Dieci anni dopo offrono 1 euro per acquistare le azioni rimaste sul mercato e completare un’integrazione che nel frattempo è diventata sempre più profonda. Pininfarina non è più soltanto il nome legato alle carrozzerie che hanno disegnato alcune delle Ferrari, Maserati, Alfa Romeo e Peugeot più celebri. La società sta cercando di trasformarsi da tradizionale casa di design automobilistico in una piattaforma più ampia che comprende design, architettura, ingegneria e valorizzazione del marchio. Ed è proprio questa trasformazione che Mahindra utilizza per spiegare la scelta di lasciare Piazza Affari.

 

Perché Mahindra vuole il delisting

Secondo PF Holdings, il cambiamento richiederà diversi anni e nuovi investimenti, soprattutto per ridurre la dipendenza di Pininfarina dal tradizionale design automobilistico. Una maggiore integrazione con Tech Mahindra e Mahindra & Mahindra dovrebbe consentire alla società italiana di accedere a nuovi clienti, ampliare i servizi offerti e sfruttare le competenze tecnologiche e ingegneristiche del gruppo indiano. La quotazione, secondo l’azionista di controllo, rischia invece di diventare un vincolo. Pininfarina ha ormai poche azioni effettivamente scambiate sul mercato, mentre mantenere una società in Borsa comporta costi e obblighi. La trasformazione potrebbe inoltre richiedere nuovo capitale da parte degli azionisti. Da qui la scelta di procedere al delisting, cioè alla cancellazione delle azioni dal listino di Piazza Affari. L’obiettivo dell’Opa è superare il 90% del capitale. Ma Mahindra ha già chiarito che non intende ricostituire una quantità di azioni sul mercato sufficiente a garantire normali scambi. E se l’offerta non bastasse a ottenere il delisting, PF Holdings intende raggiungere lo stesso risultato attraverso la fusione di Pininfarina in una società non quotata.

 

Un altro nome storico lascia Piazza Affari

L’operazione assume così un significato che supera il movimento del titolo di ieri. Pininfarina si prepara ad aggiungersi alla lunga serie di società che negli ultimi anni hanno abbandonato Piazza Affari (della lunga serie di delisting abbiamo parlato anche qui). Tra i nomi più conosciuti ci sono Tod’s, Saras e UnipolSai, uscite dal listino nel 2024, mentre il fenomeno è proseguito anche quest’anno: soltanto il 9 settembre sono state revocate dalle negoziazioni Tinexta e Datalogic, entrambe dopo operazioni finalizzate al delisting. Per Piazza Affari significa perdere un altro marchio storico, mentre per gli azionisti di Pininfarina il punto centrale è adesso molto più concreto: decidere se consegnare i titoli a Mahindra incassando 1 euro per azione. Per il gruppo indiano, invece, l’Opa rappresenta l’ultimo passaggio di un’acquisizione iniziata oltre dieci anni fa. E il mercato sembra considerare l’esito molto probabile: la chiusura esattamente a 1 euro mostra che la Borsa si è già praticamente adeguata al prezzo dell’addio.

 


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Il diesel negli Usa supera i 6 dollari al gallone, la Corea del Nord scopre il consumismo e Singapore paga i cittadini per leggere

Negli Usa il diesel supera per la prima volta i 6 dollari al gallone e il rincaro rischia di trasferirsi dai trasporti ai prezzi nei negozi; Pyongyang spinge consumi e svago; il governo di Singapore offre ricompense in denaro a chi legge almeno 15 minuti al giorno.

Usa, il diesel supera i 6 dollari al gallone

Negli Stati Uniti il prezzo medio del diesel ha superato per la prima volta i 6 dollari al gallone, circa 1,60 dollari al litro. A spingere i prezzi sono la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e gli attacchi ucraini alle raffinerie russe, che hanno ridotto l’offerta.

Il diesel non riguarda solo camion e automobilisti: alimenta camion, treni, navi e macchinari agricoli e quindi attraversa buona parte della catena di approvvigionamento. Per questo il suo rincaro rischia di trasformarsi in un problema anche per i prezzi dei prodotti che arrivano nei negozi.

Secondo GasBuddy, nel giro di cinque mesi il prezzo del diesel è più che raddoppiato. «Ogni camion, ogni consegna, ogni pacco, ogni spesa al supermercato è appena diventata più costosa», ha commentato Patrick De Haan, analista della società.

A complicare il quadro c’è la scarsità di scorte: secondo la Energy Information Administration, le riserve di diesel negli Usa sono del 13% inferiori alla media degli ultimi cinque anni, a 106,3 milioni di barili. E anche sul mercato del greggio la pressione resta elevata: giovedì il Brent ha chiuso a 107,63 dollari al barile, mentre il WTI è arrivato a 102,48 dollari.

Il problema non è soltanto americano. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui prima del conflitto transitava circa un quinto del petrolio mondiale, resta al centro delle tensioni. A questo si aggiungono il divieto russo di esportare diesel e le restrizioni cinesi sulle esportazioni di carburanti.

Il risultato è un mercato del diesel sempre più sotto pressione: secondo Rapidan Energy, margini elevati e volatilità potrebbero proseguire fino all’inizio del 2027.

Corea del Nord, il boom dei consumi passa da centri commerciali, resort e parchi

Caffè, parchi acquatici, centri commerciali di lusso e resort sul mare. La Corea del Nord sta vivendo un inatteso aumento delle occasioni di svago e di consumo, promosso direttamente dallo Stato. A raccontarlo è un’inchiesta di Reuters, basata su dati doganali, media statali e interviste a visitatori e disertori.

I numeri mostrano il cambiamento: secondo i dati doganali cinesi, nell’ultimo decennio le importazioni nordcoreane di apparecchiature per massaggi sono aumentate di 40 volte, mentre quelle di tapis roulant sono cresciute di oltre il 600%. Dalla Cina arrivano anche pianoforti e persino autoscontri.

La spinta ai consumi si riflette nella nascita di nuovi mall, località sciistiche e strutture turistiche. A Wonsan, per esempio, è stato realizzato un grande complesso balneare, mentre a Pyongyang si moltiplicano ristoranti, palestre, sale giochi e negozi di fascia alta.

Dietro questa trasformazione c’è anche una precisa strategia economica. Reuters osserva che il governo vuole convogliare la ricchezza dei cittadini verso canali di consumo controllati dallo Stato, riducendo così il peso dei mercati informali che hanno sostenuto l’economia nordcoreana per decenni.

La spinta arriva mentre l’economia cerca nuove fonti di crescita nonostante le sanzioni internazionali. Secondo stime citate da Reuters, nel 2025 il Pil nordcoreano sarebbe cresciuto del 3,5%, il ritmo più sostenuto degli ultimi anni.

Non è però un nuovo benessere diffuso a tutta la popolazione: le nuove opportunità di consumo restano soprattutto accessibili alla classe media urbana e a chi dispone di risparmi. Ma per Pyongyang il messaggio è chiaro: far spendere di più, e soprattutto farlo attraverso strutture controllate dallo Stato, può diventare una leva economica e sociale.

Singapore paga per leggere: 15 minuti al giorno contro il doomscrolling

A Singapore per combattere il doomscrolling si prova anche con un incentivo economico: leggere almeno 15 minuti al giorno può far guadagnare ai cittadini monete virtuali convertibili in denaro.

L’iniziativa, lanciata questo mese dal National Library Board, punta a trasformare la lettura in un’abitudine quotidiana attraverso la gamification. Come riporta The Guardian, il meccanismo è semplice: chi registra sul sito del governo una sessione di lettura di almeno 15 minuti riceve 20 monete virtuali. Servono 1.000 monete per ottenere 1 dollaro di Singapore, circa 80 centesimi di euro. È consentita una sola sessione al giorno: per arrivare a un dollaro occorrono quindi 50 giorni di lettura.

La somma è volutamente simbolica. L’obiettivo, spiegano le autorità, è soprattutto riportare l’attenzione su un’attività che richiede tempo e concentrazione, in un ambiente digitale dominato da notifiche, video brevi e un flusso continuo di informazioni.

«Viviamo in un mondo di straordinaria abbondanza di contenuti, informazioni e stimoli», ha spiegato Melissa Tam, direttrice del National Library Board, al Straits Times. Da qui l’idea di partire da un obiettivo facilmente raggiungibile: 15 minuti al giorno, sull’autobus, durante il pranzo o prima di andare a dormire.

Il tema è particolarmente sentito a Singapore, dove il governo sta valutando anche misure per ridurre i possibili effetti negativi dei social sui più giovani, compreso un eventuale limite al tempo quotidiano trascorso online.

Curiosamente, però, gli studenti quindicenni di Singapore sono risultati primi al mondo nella lettura nell’edizione 2025 dei test PISA, davanti a Cina e Taiwan.

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Enflame: la rivale cinese di Nvidia debutta in Borsa e vola del 206%

Un balzo del 206% nel primo giorno di contrattazioni basterebbe da solo a trasformare Enflame in un caso di Borsa. Ma dietro l’esordio esplosivo a Shanghai della società cinese di semiconduttori c’è una storia molto più grande: il tentativo di Pechino di costruire una propria alternativa a Nvidia, proprio mentre le restrizioni americane limitano l’accesso della Cina ai chip più avanzati del gruppo statunitense. Gli investitori stanno scommettendo che una parte dello spazio lasciato libero possa essere conquistata dai produttori nazionali. E la domanda per le azioni Enflame è stata impressionante: nella fase dell’offerta destinata ai piccoli investitori, gli ordini hanno superato di oltre 6.000 volte i titoli inizialmente disponibili.

 

La scommessa sulla Nvidia cinese

Fondata nel 2018 e sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, Enflame sviluppa processori destinati all’intelligenza artificiale e ai grandi centri di elaborazione dati. È considerata una delle cosiddette “quattro piccole tigri” cinesi dei chip per l’AI, insieme a MetaX, Moore Threads e Biren, ed era l’ultima delle quattro a non essere ancora quotata. L’obiettivo è ambizioso: offrire alla Cina chip capaci di sostituire progressivamente quelli prodotti dalle aziende straniere e in particolare da Nvidia. Nel 2025 i produttori internazionali, guidati proprio dal gruppo americano, controllavano ancora quasi il 60% del mercato cinese degli acceleratori per l’intelligenza artificiale, cioè i processori specializzati nei calcoli necessari per addestrare e utilizzare i modelli di AI. Le restrizioni alle esportazioni imposte dagli Stati Uniti hanno però ridotto la possibilità per Nvidia di vendere in Cina i suoi prodotti più avanzati. Contemporaneamente Pechino sta spingendo le aziende nazionali a utilizzare tecnologia domestica per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. È questo spazio che Enflame e gli altri produttori cinesi vogliono occupare.

 

Non è un caso isolato

Il +206% di Enflame non rappresenta infatti un episodio isolato. Negli ultimi mesi gli investitori hanno accolto con entusiasmo praticamente tutte le principali matricole cinesi dei semiconduttori. A dicembre MetaX era balzata di quasi il 700% nel giorno del debutto, mentre Moore Threads aveva guadagnato oltre il 400%. A gennaio Biren era salita del 76% nella sua prima seduta. A luglio CXMT, produttore di memorie Dram utilizzate anche nei sistemi di intelligenza artificiale, aveva invece guadagnato quasi il 466% all’esordio a Shanghai. Dietro queste performance c’è quindi una vera corsa degli investitori verso la filiera tecnologica cinese dell’intelligenza artificiale. Goldman Sachs stima che gli investimenti cinesi nel settore dei semiconduttori possano raggiungere 82 miliardi di dollari entro il 2030, spinti dalla necessità di aumentare la capacità produttiva nelle memorie e nei chip più avanzati. E il processo non riguarda soltanto l’hardware. Le società cinesi stanno riducendo le distanze anche nello sviluppo dei modelli di AI. Z.ai ha per esempio dichiarato che il suo modello GLM-5.3-Flash funziona interamente utilizzando chip prodotti in Cina, mentre Alibaba sta sviluppando propri processori e il relativo software. Più cresce l’ecosistema nazionale dell’intelligenza artificiale, maggiore diventa quindi il potenziale mercato per aziende come Enflame.

 

I ricavi crescono, ma gli utili ancora non ci sono

L’entusiasmo della Borsa deve però fare i conti con numeri ancora molto lontani da quelli di Nvidia (dell’ultima trimestrale di Nvidia abbiamo parlato qui). Nel 2025 Enflame ha registrato ricavi per 990 milioni di yuan, circa 147 milioni di dollari, contro 722 milioni dell’anno precedente. La crescita è quindi sostenuta, ma la società non ha ancora raggiunto la redditività. I soldi raccolti con la quotazione serviranno soprattutto a sviluppare e portare sul mercato la quinta e la sesta generazione dei suoi processori per l’AI. L’obiettivo dichiarato è avvicinare le prestazioni dei prodotti di fascia alta dei concorrenti internazionali. Ed è proprio qui che il +206% assume il suo significato. La Borsa non sta premiando tanto ciò che Enflame è oggi, quanto ciò che gli investitori pensano possa diventare. La scommessa è che le restrizioni americane e la strategia di autosufficienza tecnologica di Pechino possano accelerare la sostituzione dei chip stranieri con quelli cinesi. Nvidia resta enormemente più grande e tecnologicamente dominante, ma in Cina la partita sta cambiando. E il debutto di Enflame mostra quanto gli investitori siano disposti a puntare sulla possibilità che, prima o poi, emerga un vero rivale domestico del gigante americano.



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Carne bovina ai massimi storici negli Usa, la sterlina è la sorpresa tra le valute del G10 e il leader di Singapore più pagato al mondo

Negli Usa la carne bovina è aumentata del 70% dal 2020; la sterlina è stata tra le valute più forti del G10; il premier Wong si aumenta lo stipendio del 64%.

Carne bovina ai massimi storici negli Usa: perché i prezzi restano alti

Negli Stati Uniti la carne bovina costa sempre di più. Come riportato da The Economist, dal 2020 i prezzi nei negozi sono aumentati di circa il 70%, oltre il doppio rispetto all’inflazione generale. Donald Trump punta il dito contro i grandi trasformatori, accusandoli di essere «uno spregevole monopolio». Ma i numeri raccontano una storia diversa.

Il mercato è effettivamente molto concentrato: Tyson Foods, Cargill, JBS e National Beef controllano circa l’85% della macellazione dei bovini americani. E tre di queste società hanno già raggiunto accordi transattivi in cause nelle quali erano accusate di aver manipolato i prezzi tra il 2014 e il 2022, accuse che le aziende hanno sempre respinto.

Il problema, però, oggi sembra essere soprattutto a monte della filiera. La mandria americana è ai minimi dal 1951: dal 2020 si è ridotta di quasi il 10%, mentre il prezzo dei bovini da macello è aumentato del 120%. Per i trasformatori significa pagare il bestiame più caro che mai, mentre i consumatori non sono disposti a sopportare ulteriori aumenti. Sempre più americani stanno infatti sostituendo la carne bovina con il pollo, il cui prezzo è rimasto sostanzialmente stabile al netto dell’inflazione.

Il risultato è una forte pressione sui margini dei trasformatori. Tyson, il maggiore operatore del settore, prevede una perdita fino a 775 milioni di dollari quest’anno nella divisione beef, che rappresenta il 40% dei ricavi. Le sue azioni hanno perso circa il 40% dal 2021. Anche JBS ha registrato una perdita di 427 milioni di dollari nella propria attività nordamericana nel primo semestre del 2026.

Le aziende stanno quindi riducendo la capacità produttiva: Tyson ha chiuso due stabilimenti, eliminando circa 3.200 posti di lavoro, mentre Cargill e JBS hanno annunciato altre chiusure e migliaia di esuberi.

Perché allora la carne continua a costare tanto? Perché il vero problema è la scarsità di bovini. Ricostruire una mandria richiede circa cinque anni e gli allevatori, dopo le pesanti perdite dei cicli precedenti, sono ancora prudenti.

Trump ha recentemente lanciato la Ranchers First Initiative, per aiutare gli allevatori a bypassare gli intermediari e sostenere i piccoli macelli. Ma secondo gli esperti l’impatto sui prezzi sarà limitato. Per vedere davvero scendere il prezzo della carne, bisognerà prima che tornino a crescere le mandrie americane.

Sterlina, la sorpresa del G10 ora rischia di perdere terreno

La sterlina è stata una delle valute più forti del G10 nel 2026, sostenuta da un’economia britannica più solida del previsto. Da inizio anno ha guadagnato l’1,6% sull’euro, il 2,8% sul franco svizzero e il 4,9% sulla corona svedese.

Ma il vento potrebbe cambiare. A inizio anno i mercati scommettevano su una Bank of England pronta ad alzare i tassi per contrastare l’inflazione alimentata dall’aumento dei prezzi di petrolio e gas dopo la guerra in Iran. Oggi, invece, la BoE appare più prudente: il tasso di riferimento è fermo al 3,75% e le probabilità di un rialzo a settembre sono basse.

Nel frattempo aumentano le attese per una stretta da parte di Bce e Federal Reserve. E quando una banca centrale alza i tassi, la propria valuta tende a rafforzarsi: un eventuale divario crescente tra i tassi britannici e quelli di Europa e Stati Uniti potrebbe quindi pesare sulla sterlina.

La valuta dovrà inoltre superare un altro test importante: la legge di Bilancio del 28 ottobre, la prima del governo di Andy Burnham. Mercati e investitori guarderanno a tasse, spesa pubblica, debito e costi di finanziamento. Un aumento della spesa accompagnato da più debito e da misure capaci di frenare la crescita potrebbe aumentare la pressione sulla sterlina.

Singapore, il premier più pagato al mondo si aumenta lo stipendio del 64%

Il primo ministro di Singapore Lawrence Wong, considerato il leader eletto più pagato al mondo, vedrà il proprio compenso annuo salire da 2,2 a 3,6 milioni di dollari di Singapore, circa 2,85 milioni di dollari Usa: un aumento del 64% dopo 15 anni senza ritocchi.

Come riporta Cnbc, la cifra è oltre quattro volte lo stipendio del presidente svizzero e circa sette volte quello del presidente degli Stati Uniti, fermo a 400.000 dollari. Wong ha però annunciato che, se resterà premier, devolverà in beneficenza l’intero aumento per i prossimi cinque anni.

Il sistema di Singapore lega gli stipendi dei vertici politici a quelli del settore privato. Il compenso di riferimento per un ministro viene calcolato sulla base del reddito mediano dei 1.000 cittadini con i guadagni più elevati, con uno sconto del 40% per riflettere la natura del servizio pubblico. Il governo sostiene che salari competitivi servano ad attirare talenti che altrimenti sceglierebbero professioni più remunerative.

Singapore definisce il modello «clean wage», cioè «salario pulito»: un unico stipendio, senza benefit personali nascosti o componenti extra, anche quando un ministro ricopre più incarichi.

L’aumento del parametro di riferimento non si tradurrà però subito in un +64% per tutti i ministri. Dal 15 ottobre gli attuali titolari riceveranno aumenti fino al 9%, determinati anche da performance e responsabilità. Wong ha riconosciuto che gli stipendi dei politici restano una questione «difficile e molto emotiva» per i cittadini.

Foto credits: Foto di SabbraCadabra da Pixabay